Le cause del cemento
Quarant’anni fa Adriano Celentano raccontava del ragazzo della via Gluck e dell’albero di trenta piani. L’ondata grigia non si è affatto fermata, anzi continua a crescere, ma non trova più chi la contesti sul piano generale. Una recensione del volume "Le conseguenze del cemento", scritto da Luca Martinelli, e tratta dal nuovo numero de Il Margine. Emanuele Curzel
Quarant’anni fa Adriano Celentano raccontava del ragazzo della via Gluck e dell’albero di trenta piani. L’ondata grigia non si è affatto fermata, anzi continua a crescere, ma non trova più chi la contesti sul piano generale, quasi che farlo sia diventato roba da radical-chic, da contestatori a prescindere, da miopi oppositori del progresso. Qualche situazione può anche richiedere mobilitazioni e attenzione, in difesa di un parco o di un paesaggio, ma in generale? C’è bisogno di infrastrutture! E poi cosa c’è di meglio di un incentivo all’edilizia per rilanciare l’economia, o di un investimento immobiliare per garantire solidità a un patrimonio? E poi stiamo parlando delle case in cui abitiamo, delle strade che percorriamo...
Il rumore dell’ondata è così diventato parte del rumore di fondo. È inevitabile, “naturale”, che i comuni facciano cassa con le concessioni edilizie che antropizzano e urbanizzano aree sempre più ampie del territorio. E così in tutta Italia il processo di cementificazione va avanti con un ritmo del tutto sproporzionato rispetto alla crescita economica e demografica, spesso nel totale disinteresse per quanto riguarda le parti comuni, che si tratti delle dimensioni delle strade o della presenza (o meglio l’assenza) dei marciapiedi.
Spessissimo secondo logiche urbanistiche che sembrano fatte apposta per favorire alcuni, pochissimi, imprenditori, e forse lo sono. Non sono certo un esperto in materia: mi permetto però di segnalare un libretto che ha l’indubbio merito di porre all’attenzione dell’opinione pubblica la “macchina” che funziona da qualche anno in Italia. Una macchina che trafora montagne e letti fluviali, brucia di tutto per trasformare la materia prima, impone scelte urbanistiche al di là di ogni ragionevolezza, ignora le esternalità negative (non solo ambientali) e le impone alla collettività, indirizza gli investimenti mettendo i potenti sui troni e rimandando i poveri a mani vuote, distorce i processi tecnico-giuridici, condiziona i luoghi della decisione politica, influenza i meccanismi dell’informazione. Una macchina che facilmente sfugge alla vista, quando si guarda una sola vicenda, ma che può venire alla luce nel momento in cui si mettono assieme tante storie diverse, segnate da uno stesso denominatore.
Questa “messa in luce” la dobbiamo a Luca Martinelli. Di origini toscane, vive e lavora a Milano; laureato in scienze politiche, è stato volontario di “Mani Tese” dal 1999 al 2010. Lavora dal 2006 per il mensile “Altreconomia” (sulla pagina web di quest’ultimo è ospitato anche il suo blog: www.altreconomia.it/leconseguenzedelcemento). Nelle sue inchieste ha più volte incontrato luoghi e persone che cercano di arginare l’ondata grigia. Ha scritto il volumetto Le conseguenze del cemento (Altreconomia 2011, 14 euro) cercando di dargli la struttura del giallo: da questo punto di vista non è molto riuscito, dal momento che il colpevole appare fin dalle primissime pagine (anche il titolo non è felicissimo, dato che non si tratta tanto delle
conseguenze, quanto delle cause dell’ondata cementificatrice). Il libro è un’inchiesta coraggiosa e interessante che rivela essenzialmente due dati, fondamentali per qualunque cittadino che voglia partecipare con consapevolezza alla vita collettiva.
Da un lato, Martinelli segnala il rischio che viene dalla distruzione di una risorsa che inesauribile non è (il territorio, appunto); un tema sul quale l’allarme sociale e l’attenzione politica sono ancora troppo limitati. Dall’altro ci mette in guardia nei confronti di una colossale bolla speculativa, nata dal fatto che tutti coloro che sono portatori di interessi economici tendono a considerare l’investimento in edilizia non come un costo ma come una partecipazione ad una ricchezza che cresce. Per questo anche l’edificio più inutile, il capannone più abbandonato, l’infrastruttura più desolata sono da mettere a bilancio tra gli attivi; se quella voce mancasse o se si fosse costretti a svalutarla, quel portatore di interessi economici si ritroverebbe all’improvviso con un buco nei bilanci. E così si va avanti, rendendo sempre più grande una bolla che si autoalimenta e che quando scoppierà (e scoppierà, come tutte le bolle) lascerà cemento sulle campagne, squilibri nei settori produttivi, impoverimento generalizzato. Chi viene a conoscenza di questa realtà non può che attivarsi per imporre alla “macchina del cemento” una progressiva ma rapida frenata, prima che la bolla scoppi (esiste un interessante luogo di raccolta di varie iniziative locali interessate al tema: www.stopalconsumoditerritorio.it). E, come si è visto anche recentemente con le vicende referendarie, per rendere il mondo migliore l’informazione è fondamentale.
Da: IL MARGINE 8/2011 (in stampa il 29 settembre 2011) - rivista in abbonamento postale dell'Associazione Oscar A. Romero - fondata nel 1981 (direttore: Emanuele Curzel).
