
| Il caso Montecatini-Alumetal di Mori |
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Collocato lungo la sponda destra del fiume Adige nel punto in cui il
versante assume una rapida pendenza, chiudendo la valle a sud del territorio
comunale di Mori, il complesso industriale della ex Montecatini, per
dimensione e articolazione dei manufatti edilizi, interrelazione fra
volumi, opere idrauliche ed elementi infrastrutturali, rappresenta un
episodio unico non solo nella realtà produttiva trentina di ogni tempo,
ma nello stesso quadro figurativo locale. Opera degli ingegneri e degli uffici tecnici della Montecatini, la fabbrica di Mori si presenta come esempio di quello che è stato definito "un tenace rimodellamento del territorio". Come spiegato in un'accurata indagine storica che è in fase di pubblicazione, la particolare scelta insediativa, se da un lato risponde a motivazioni oggettive - il notevole aumento della pendenza dell'alveo del fiume Adige in corrispondenza di Mori consente la proficua utilizzazione della sua considerevole portata attraverso impianti idroelettrici a bassa caduta -, dall'altra si appoggia sul richiamo politico dell'italianizzazione delle "terre redente".
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La costruzione della diga e del canale,
poco a valle di Mori stazione, la realizzazione della centrale, i cui
lavori iniziati nel 1927 consentono già alla fine del 1928 di avviare
la prima fornitura di energia allo stabilimento, si configurano in un
complesso di opere imponente, soprattutto se proiettato sullo sfondo di
un territorio che allora presentava un'economia sostanzialmente rurale.
Accanto alla centrale, l'artificializzazione del territorio si traduce in un complesso piano di ridisegno del suolo che prevede la creazione di argini in rilevato, il tracciamento di canali, la costruzione dei fabbricati. Con i grandi corpi longituginali delle sale forni perpendicolari all'edificio della centrale, lo stabilimento sfrutta nel modo più logico l'angusta lingua di terra determinata dal monte retrostante e dall'ansa dell'Adige; nelle particelle residue, poste in prossimità del fiume e dell'accesso alla linea di comunicazione ferroviaria, si collocano gli impianti ausiliari e i servizi. Sottolineando l'autosufficienza funzionale della fabbrica, che diventa la più importante unità di produzione dell'alluminio in Italia, si collocano attorno, ma fuori dal perimetro degli stabilimenti, le ville della dirigenza e il fabbricato alloggi per i capi reparto. La stretta interrelazione fra paesaggio naturale (fiume, versante montano,
dosso) ed elementi costruiti (i lunghi volumi delle sale forni), ha
quindi storicamente garantito il rispetto di precise regole insediative
per la costruzione della "fabbrica". Il declino dell'attività industriale, che nel 1983 ha portato alla chiusura dello stabilimento, lo smantellamento dei manufatti e l'abbandono dei luoghi hanno consegnato l'immagine dello stabilimento a quella che viene definita "archeologia industriale". Il complesso ex Montecatini pone ora, come nel caso della dismissione di altre vaste aree produttive - si pensi al bacino della Ruhr in Germania, al Lingotto di Torino, alla Bicocca di Milano -, il problema del suo riuso in relazione non solo alle esigenze della pianificazione provinciale di individuare possibili funzioni e le regole a cui deve sottostare il disegno di questa porzione di territorio, ma anche in relazione agli aspetti culturali e sociali legati alla trasformazione di un insediamento industriale che fa parte del paesaggio figurativo e della memoria storica dell'intera comunità della Vallagarina. In questo senso, seppure nella specificità dei provvedimenti, si inseriscono alcune iniziative di tutela degli aspetti architettonici del complesso come il riconoscimento dell'interesse storico-artistico dell'edificio della centrale secondo la legge n. 1089 del 1939 e l'individuazione dell'intero insediamento fra i beni paesaggistico-ambientali definiti dall'art. 94 della legge urbanistica provinciale.
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Le problematiche urbanistiche |
