Paesaggi Letterari

fotografie di Floriano Menapace



Floriano Menapace: il percorso per una dignità della fotografia
di Gunther Waibl 

Una fotografia non è “solo” una fotografia. Ovviamente nel suo ampio campo d’azione ci sono infiniti modi per creare un’immagine fotografica: quello del documentarista, dell’artista, del tecnico, del dilettante, del professionista e via dicendo. Istantanea o meditata in tutti i particolari, siamo di fronte, in ogni caso, ad un procedimento creativo del fotografo.

Intendere la fotografia come processo, significa tracciare consapevolmente un percorso articolato, nel quale lo scatto, il momento magico della fotografia, è solo la somma di un’impegnativa mobilità fisica ed intellettuale. Così fotografare per Floriano Menapace è un continuo cammino, nel pensiero e nei fatti. Partendo da un’idea, una visione, prosegue, percorrendo in lungo e in largo le zone prescelte, perché, come un topografo, per le sue indagini sceglie sempre aree geografiche ben definite, conquistandole passo passo, osservando, esplorando, scoprendo ciò che, alla fine, sarà un’opera fotografica. Prosegue a tappe, o per dirlo nel linguaggio attuale, step by step. Da questo consegue un continuo aggiornarsi: il pensiero indirizza il percorso e il cammino aguzza la vista, metodicamente. Costruisce così prima delle immagini nella mente e solo dopo, selezionandole attentamente, le traferisce sulla pellicola.

Questo permette a Floriano Menapace di avvicinarsi ai soggetti non in modo avventuroso, di chi è pronto a cogliere l’attimo fuggente, bensì con grande rispetto, da osservatore disposto ad acuire tutti i propri sensi, per svelare ogni sfaccettatura, tratto o peculiarità di un territorio. E si nota nelle sue fotografie che lo fa con piacere, assaporando il privilegio di un pioniere, lasciando spaziare indisturbato il proprio sguardo, sostando qua e là, per penetrare nell’intimità e nei segreti interiori di una valle, di un altipiano, di un distretto.

Il risultato è una fotografia realistica, ma anche narrativa che include la potenza e la bellezza del paesaggio e della veduta. Non ha bisogno di alcuna artificiosità. Il suo stile sobrio rimanda all’insegnamento dei grandi maestri degli anni Venti e Trenta, i quali, per le loro opere, si basavano esclusivamente sugli strumenti della “fotografia diretta”. L’immagine deve: “…affascinare per la sua qualità fotografica…”, sosteneva, ad esempio, Albert Renger-Patzsch nel 1927 e per Floriano Menapace, e non solo per lui, questo concetto è tuttora valido. Lui parte dall’essenza dei soggetti ripresi, sceglie con serena meticolosità le proprie inquadrature, si apre al gioco modellante di luci ed ombre, si pone di solito in prospettiva frontale nei riguardi del soggetto, quasi a volerlo collocare a confronto diretto con l’osservatore. Pur mettendoci la sua impronta, l’autore, con notevole dose di autodisciplina, si mantiene in retroscena, lasciando e ricostruendo nell’immagine tutto il rispetto e la dignità della natura, delle cose, del mondo, conferendo, infine, alla fotografia stessa la dignità che le compete, ricordandoci sempre che una fotografia è una fotografia.

Bolzano, gennaio 2006