“«Buona sera, signorina Else». «I miei omaggi, gnädige Frau». «Viene dal tennis?». «Ma è evidente, perché me lo chiede?». «Sì, gnädige Frau. Abbiamo giocato quasi tre ore. Ma lei, signora, è ancora a passeggio?».
«Sì, la mia solita passeggiata del Rolle. S’inoltra tra i prati. È più bello di sera: il calore del sole è quasi insopportabile».
«Ha ragione, i prati sono meravigliosi quando li vedo dalla finestra, illuminati dalla luna».” 1
Il paesaggio è una visione soggettiva, una proiezione che svela un legame con un territorio, sia esso conosciuto o immaginato. Floriano Menapace interroga un paesaggio conosciuto, si affaccia alla finestra di casa e attende che la geografia interna si specchi in una esterna: lo sguardo sul paesaggio permette l’incontro tra il mondo della realtà e quello del sogno. 2
L’Autore è nato a Trento nel 1946 e si occupa di fotografia dalla fine degli anni Sessanta, con una duplice prospettiva di studioso di storia della fotografia trentina, argomento della tesi di laurea al Dams di Bologna con Italo Zannier nel 1979, e come fotografo.
L’attività dei primi anni, dal 1968 alla fine degli anni Settanta circa, è concentrata sul ritratto. Fotografa artisti e amici, protagonisti della vita culturale della città in paesaggi ambientati, interni domestici che caratterizzano il soggetto attraverso richiami e simbologie che si ricollegano al genere della natura morta seicentesca: ne espone una selezione in occasione di una mostra a Trento nel 1973 insieme a Nerio Fontana presso il Palazzo della Regione. Il genere della natura morta è un esercizio poetico che continua negli anni, una scrittura parallela, inizialmente corollario alle persone, poi escluse, e successivamente veicolo diretto di una comunicazione simbolica.
Dal 1978 inizia una lunga collaborazione con la Provincia Autonoma di Trento per le campagne di catalogazione dei beni culturali presenti sul territorio trentino e per la creazione di un archivio fotografico storico, che nei successivi venticinque anni raggiunge una collezione di 1.100.000 fotografie. Proprio l’archivio fornisce l’occasione di confronto con i principali esponenti della scena fotografica trentina, che si concretizzano in mostre quali “Una storia per immagini - La fotografia come bene culturale” nel 1996 al Castel del Buonconsiglio, che si inserisce nella discussione in atto presso l’Istituto Centrale del Catalogo e della Documentazione del Ministero per i Beni Culturali relativa alle problematiche della catalogazione della fotografia, cui Floriano Menapace contribuisce attivamente, “Giuseppe Garbari” nel 1998 a Bolzano e al Museo della SAT di Trento e le mostre curate nel 2000 a Bolzano presso la Galleria Foto-Forum e nel 2003 ad Arco di Trento sul maestro Federico Vender, successive all’acquisizione del fondo da parte dell’Archivio Fotografico Storico della Provincia di Trento.
A partire dagli anni Ottanta, assecondando un impulso comune a molti fotografi in quegli anni, inizia a dedicarsi alla fotografia di paesaggio. La sua attenzione si concentra su singoli particolari estrapolati dal loro contesto naturale, riprodotti in studio secondo una grammatica che ha come obiettivo l’organizzazione archivistica di un sistema simbolico più articolato. Variazioni di quattro immagini analizzano degli oggetti di uso comune, che diventano immagini astratte, ripercorrendo da un lato gli scaffali di una Wunderkammer, dall’altra affinando un alfabeto per la creazione di un nuovo linguaggio.
Fondamentale nella sua opera sono i collegamenti con gli autori studiati in Archivio, dai Fratelli Pedrotti a Giuseppe Garbari, a Federico Vender, già menzionati in precedenza, dei quali ritrova i modelli e analizza le citazioni, in particolare quelli relativi alla cinematografia di montagna di area tedesca degli anni Trenta.
L’approfondimento delle tecniche fotografiche e lo studio dei diversi contesti entro cui questi importanti fotografi hanno operato, influenzano sensibilmente l’attività fotografica di Floriano Menapace, che costruisce ambientazioni fortemente “culturali”, nelle quali trovano ampio spazio suggestioni letterarie e musicali. Si tratta di un paesaggio fotografato attraverso un “apparato culturale”, che guida l’occhio insieme alle citazioni dei grandi fotografi della tradizione americana, si pensi a Paul Strand e Robert Adams e di quella tedesca della Neue Sachlichkeit. L’Autore ricorda che è stata la vista di alcune stampe al platino di Edward Weston a indirizzarlo verso un’idea di fotografia che, nell’unicità di un procedimento di sviluppo che aspira alla perfezione formale, esprime il desiderio di controllo totale sull’immagine.
La sua visione è fortemente condizionata da filtri letterari e storici: da una parte vede nel paesaggio l’immagine della memoria, in cui sogno e ricordo d’infanzia sono richiamati anche da riferimenti più o meno espliciti al cinema di Bergman, dall’altra ricerca nel paesaggio l’idea di un’avventura esotica da compiersi seduto, un viaggiatore mitteleuropeo sulle tracce di Chatwin e della Patagonia.
Nel film “Il posto delle fragole” di Ingmar Bergman il percorso tra il sogno e la realtà del professor Borg si snoda attraverso la memoria dell’infanzia, rappresentata da un paesaggio al limitare del bosco con una casa seminascosta dagli alberi. Nelle fotografie di Menapace si ritrovano case isolate, chiuse e disabitate, ricordi nascosti dalle fronde degli alberi. Le immagini del sogno sono riferimenti ideali, spunti tratti dall’esperienza del quotidiano, che l’immaginazione aggiusta e sintetizza, trasformandoli in simboli. La stessa immaginazione che produce delle immagini, medium principale della conoscenza nell’antichità - ora invece espunta, riprendendo le parole di Giorgio Agamben, come “irreale”3 - nel fotografo “produce, tratta e immagazzina simboli”. 4
Nel tentativo di ristabilire una distinzione necessaria, il filosofo Vilem Flusser sottolinea che “il carattere apparentemente non simbolico, “oggettivo”, delle immagini tecniche fa sì che l’osservatore le guardi come se non fossero veramente immagini, ma una sorta di finestra sul mondo. Ha fiducia in loro come nei propri occhi.” 5 E continua: “L’atteggiamento acritico è pericoloso, perché l’”oggettività” delle immagini tecniche è un’illusione. Sono in verità immagini e come tali simboliche, […] metacodici dei testi e significano testi e solo molto indirettamente il mondo esterno.” 6
Dove non c’è una storia legata al singolo individuo, non c’è rappresentazione di paesaggio. Paul Theroux, alla vigilia della partenza per la Patagonia, non sapeva cosa immaginare. Scrisse infatti: “La Patagonia non è stata molto fotografata. Io non ne avevo un rappresentazione mentale, solo un’immagine sfocata e fantasiosa di leggenda: giganti sulle spiagge, struzzi nelle pianure, esuli e gente sradicata, come i miei antenati, fuggiti dall’Europa. Quando cercavo di evocarne un’immagine, non mi veniva in mente nulla, ero impotente come se avessi tentato di descrivere il paesaggio di un lontano pianeta o di dipingere l’odore di una cipolla. Un paesaggio sconosciuto è motivo sufficiente per mettersi in viaggio.” 7
L’idea del paesaggio è strettamente legata a un processo di storicizzazione, che esprime un legame stretto con la memoria. Quando non si può attingere all’esperienza, si ricorre a una suggestione letteraria, filtrata e indiretta, ma elaborata storicamente. Emerge in Floriano Menapace il gusto per un’immagine erudita, che si ricollega anche all’origine della valorizzazione estetica del paesaggio alpino del Settecento, da Rousseau a Saussure, che con i Voyages dans les Alpes diede il via alla creazione dei “belvedere” e degli itinerari panoramici. 8
Tra i lavori più recenti di Menapace c’è un’indagine fotografica della Valle dei Mocheni, esposta nel 2000 presso la Galleria Foto-Forum di Bolzano e presso la SAT di Trento, nel 2004 una ricerca sulla Circoscrizione Oltrefersina di Trento e un’indagine sulla Ferrovia della Valsugana nel 2005.
Realizza da ultimo una serie di fotografie sulla Val Pusteria, in mostra a Cles per la prima volta, che nelle ampie vedute e nel Grand Hotel di Dobbiaco ricreano l’atmosfera del passeggio dei villeggianti delle opere di Arthur Schnitzler e di Thomas Mann, frammenti di memorie lontane che arricchiscono l’identità dei luoghi.
“Com’è imponente il Cimone, sembra che voglia schiacciarmi. Ancora nessuna stella in cielo. L’aria è inebriante come lo champagne. E la violenta fragranza dei prati!” 9
NOTE
1. Arthur Schnitzler, La signorina Else, Se Studio Editoriale, Milano, 1987, pag. 13.
2. Raffaele Milani, L’arte del paesaggio, Il Mulino, Bologna, 2001, pag. 165
3. Giorgio Agamben, Infanzia e storia, Einaudi, Torino, 2001, pag. 18
4. Vilém Flusser, Per una filosofia della fotografia, Agorà Editrice, Torino, 1987, pag. 29
5. Vilém Flusser, Per una filosofia della fotografia, Agorà Editrice, Torino, 1987, pag. 18
7. Paul Theroux in Bruce Chatwin, Paul Theroux, Ritorno in Patagonia, Adelphi, 1991, pagg. 15-16.
8. Raffaele Milani, L’arte del paesaggio, Il Mulino, Bologna, 2001, pagg. 157-158
9. Arthur Schnitzler, La signorina Else, Se Studio Editoriale, Milano, 1987, pag. 27
