Ciao Fulvio!

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15 marzo 2012

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Fulvio in canoa sull'Avisio

Fulvio Forrer, urbanista, ambientalista e amico, non c’è più. Il male che da tempo lo attanagliava lo ha sconfitto.

Solo 15 giorni fa ero rimasto contentissimo quando potei vederlo nell’auditorium della biblioteca di Lavis alla serata organizzata dall’Istituto Nazionale di Urbanistica del Trentino (di cui era Vicepresidente) e da Vivilavis. Come mio solito ero in ritardo, gli interventi erano già cominciati, riuscii solo ad appoggiargli la mano sulla spalla e dirgli CIAO sottovoce, ripromettendomi poi di scambiarci due chiacchiere finita la serata. Purtroppo dopo poco se ne dovette andare perchè non si sentiva bene. In precedenza lo vedevo qualche volta quando, nonostante la malattia, andava alle sue riunioni a Trento e passava a salutarmi in ufficio e ci bevevamo un caffè assieme.

Ebbi modo di conoscerlo bene durante il mio precedente lavoro alla Confederazione Italiana Agricoltori di Trento; seguivamo assieme un progetto di sviluppo rurale di un Parco Agricolo. Lui coordinava il pool di professionisti che seguivano il progetto e io seguivo la cosa per la Confagricoltori. Mi piaceva moltissimo come cercava di far combaciare le sue capacità professionali con il suo pensiero legato ad un corretto sviluppo ambientale e rurale. Un esempio per me, allora alle prime armi con la mia professione legata ad uno sviluppo rurale e turistico dolce.

Ricordo quando partecipava a Lavis agli incontri del Laboratorio di Partecipazione IMPRONTE e affrontava il confronto con noi ad armi pari, nonostante lui su questioni ambientali, sulla TAV, su questioni di urbanistica e sul prg fosse molto più preparato di noi.

In una delle ultime occasioni che ci vedemmo mi chiese se mi andava di organizzare assieme a lui una serata per promuovere il Car Sharing anche a Lavis; l’avevamo progettata, bastava solo fissare una data ma io posticipavo sempre aspettando fiducioso una sua guarigione…

Di lui mi rimane uno splendido ricordo durante un’iniziativa dentro l’Avisio mentre, con la sua canoa, scende, assieme al figlio, il fiume Avisio e si ferma a raccontare ad un gruppo di persone come sarebbe bello far rivivere il nostro fiume con varie iniziative.

Ciao Fulvio…

Massimiliano “obiettore”

Il sottoscritto non è credente, forse ho una religiosità tutta mia, non so, ma comunque non mi ritrovo nei dettami di Santa Roma Chiesa.

Eppure ci sono cose che mi affascinano. Quando, in occasione di un 12 marzo di una decina di anni fa, mi arrivarono gli auguri per il mio onomastico, ebbi modo di approfondire la storia di San Massimiliano patrono degli Obiettori di Coscienza al Servizio Militare.

Questo Santo non è sicuramente uno dei più amati tra i cattolici e si deve al Gavci di Padre Cavagna negli anni 90 una sua riscoperta. Forse non è un caso che la Chiesa non ne abbia mai fatto un’icona importante, perchè il suo martirio è legato ad una precisa scelta di NON VOLER PRESTARE IL SERVIZIO MILITARE PERCHE’ CRISTIANO.

Io, oggi, non credente, fermo antimilitarista e obiettore di coscienza al servizio militare, sono felice di avere il nome di questo Santo.

1. Sotto il consolato di Tusco e Anulio, il 12 marzo dell’anno 295 d.C., a Tebessa, fu fatto comparire nel foro Fabio Vittore assieme a Massimiliano; l’avvocato Pompeiano, autorizzato a parlare, disse:< Fabio Vittore, esattore del temo, è introdotto con Valeriano Quinziano, preposto imperiale, con il coscritto abile al servizio Massimiliano, figlio di Vittore; poiché è arruolabile, chiedo sia passato allo statimetro>. 2. Il proconsole Dione domandò: <Come ti chiami ?>. Massimiliano rispose: <Perché vuoi sapere il mio nome ? A me non è lecito prestare il servizio militare, dato che sono Cristiano>. 3. Il proconsole Dione disse: <Accostatelo (all’asta di misurazione)>. Mentre veniva preparato (per essere misurato), Massimiliano affermò:<Non posso prestare il servizio militare; non posso far del male. Sono Cristiano>.4. Il proconsole Dione ordinò:<Sia misurato.> Avvenuta la misurazione, fu data lettura da parte dell’incaricato:<Misura cinque piedi e dieci once (m 1,73)>. 5. Dione disse all’incaricato:<Riceva la piastrina di riconoscimento>. Massimiliano, facendo resistenza, si oppose:<Non lo faccio, non posso prestare il servizio militare>.2,1. Dione disse:<Fa il militare se non vuoi morire>. Massimiliano rispose: <Non faccio il soldato. Tagliami pure la testa, io non faccio il soldato per questo mondo, ma servo il mio Dio<. 2. Il proconsole Dione riprese:<Chi ti ha messo queste idee nella testa ?>. Massimiliano rispose:<La mia coscienza e colui che mi ha chiamato>. 3. Dione si rivolse a suo padre Vittore:<Consiglia tuo figlio>. Vittore rispose:<Lui sa da sé con la propria coscienza, che cosa deve fare>. 4. Dione a Massimiliano:<Fa il servizio militare e prendi la piastrina di riconoscimento>. Massimiliano rispose:<Non accetto la piastrina. Ho già il segno del cristo mio Dio>. 5. Dione riprese:<Ti mando subito dal tuo Cristo>. Massimiliano rispose: <Vorrei soltanto che tu lo facessi. Questo sarebbe anche la mia gloria !>. 6. Dione si rivolse all’incaricato:<Gli sia messa la piastrina di riconoscimento>. Opponendosi Massimiliano disse:>Non accetto il segno di riconoscimento del mondo; se me lo apporrai, lo spezzerò, poiché non ha nessun valore. Io sono Cristiano, non mi è lecito tenere al collo una piastrina di piombo, dopo il segno di salvezza del mio Signore Gesù Cristo Figlio del Dio vivente, che tu non conosci, che ha sofferto per la nostra salvezza, che Dio consegnò come prezzo per i nostri peccati. Tutti noi Cristiani serviamo lui, seguiamo lui, principe della vita, garante della salvezza>. 7. Dione disse:<Fa il soldato e prendi la piastrina, sa non vuoi morire>. Massimiliano rispose:<Io non muoio. Il mio nome è già presso il mio Signore. Non posso fare il soldato>. 8. Dione disse:<Pensa alla tua giovinezza e fa il soldato: perché questo si conviene ad un giovane>. Massimiliano rispose:<Il mio servizio è per il mio Signore. Non posso servire al mondo come soldato. L’ho già detto, sono cristiano>. 9.Riprese il proconsole Dione:<nella guardia d’onore dei nostri Imperatori Diocleziano e Massimiano, Costanzo e Massimo (Galerio), vi sono soldati Cristiani e fanno il soldato>. Massimiliano rispose:<Essi sanno che cosa convenga loro. Tuttavia io sono Cristiano e non posso fare del male>.10. Dione disse:<Quelli che prestano il servizio militare, che male fanno ?>. Massimiliano rispose: <Tu lo sai di sicuro che cosa fanno>. 11. Il proconsole rispose:<Fà il soldato, per non finir male col tuo disprezzo del servizio militare>.Massimiliano concluse:<Io non morirò; ma se uscirò dal mondo, la mia anima vivrà con Cristo mio Signore>.3,1.Dione disse:<Cancella il suo nome>.Dopo che venne cancellato, Dione continuò:<Poiché rifiutasti il servizio militare con spirito di indisciplina, ricevi la condanna che ne consegue, come esempio per gli altri>.Quindi dalla tavoletta lesse il decreto:<è stato deciso di punire con la decapitazione Massimiliano, perché con spirito di indisciplina ha rifiutato il giuramento militare>.2.massimiliano disse:<rendo grazie a Dio>. La sua vita terrena fu di ventun anni, tre mesi e diciotto giorni. E mentre veniva condotto al luogo del supplizio, disse così:<Amatissimi fratelli, con tutte le vostre forze e con entusiasmo pieno di desiderio affrettatevi ad ottenere di vedere il Signore e meritare anche voi l’attribuzione di questa corona>.3.Poi col volto radioso, disse così a suo padre:<Dà al carnefice la mia veste nuova, che mi avevi preparato per il servizio militare. Così ti accoglierò con la schiera dei santi, e così possiamo essere glorificati insieme col Signore>.Subito dopo fu sottoposto al martirio.4.La matrona pompeiana ne ottenne dal magistrato il corpo e postolo nella sua lettiga lo trasportò a Cartagine; lo seppellì in una collina presso il Palazzo, vicino al martire Cipriano: dopo tredici giorni morì anche la matrona, e venne deposta nello stesso luogo.5.Vittore, padre di Massimiliano, tornò a casa pieno di gioia, ringraziando Dio perché egli aveva mandato innanzi un tale dono al Signore, lui che era pronto a raggiungerlo in seguito. Siano rese grazie a Dio. Amen.

SONO ANCORA QUA

IERI SERA, VENT’ANNI FA…

Ieri sera sono andato, come spesso nell’ultima settimana, in Piazza Duomo a portare la mia personale solidarietà, assieme a tante persone che condividono con me l’opposizione al progetto TAV, ai Valsusini in lotta.

 Gli amici e le amiche No Tav li conosco ormai quasi tutti e quindi sono rimasto piacevolmente sorpreso nel vedere tanti volti nuovi e giovani al presidio di Piazza Duomo.

 Quando sono arrivato in piazza verso le 7 di sera, infatti, era in corso un’assemblea e c’erano una cinquantina di ragazze e ragazzi (la maggior parte erano studenti medi) seduti in circolo per terra che discutevano di iniziative future; pochi volti noti del coordinamento no Tav in quel momento e tante facce nuove…

 E’ stato un attimo, la mente è andata a vent’anni fa, lì seduto per terra proprio in Piazza Duomo, c’ero io, diciasettenne antimilitarista che, assieme alle ragazze e ai ragazzi del coordinamento studenti medi contro la guerra (mi sembra si chiamasse così) si organizzavano manifestazioni e iniziative contro la prima guerra del golfo (offensiva iniziata il 17 gennaio 1991).

 Penso alla faccia che hanno fatto alcuni giovani ieri sera nel vedere questo vecchiaccio di 38anni vestito elegante (si, ieri ero vestito elegante) stare lì con loro. Penso alle mene che ci facevamo noi quando vedevamo facce diverse e al sospetto che fossero della digos… Poi, vedendomi parlare con alcuni sicuramente avranno capito che non c’era da temere da me, ma ho visto chiaramente quel pensiero in un paio di loro… Bello, mi è piaciuto.

 Si parlava di guerra nel golfo, si parla di TAV. Le parole sono le stesse: il potere, la repressione, i mass media che falsano le notizie e la voglia di ribellarsi e di dire NO a questo sistema.

 Ero io, sono io, come allora anche ora mi scorno con alcuni su come si debba stare in piazza, come allora cerco di portare la mia aggiunta, con le mie modalità, con i miei distinguo e con la mia gioia.

In una sua recente canzone (che manco mi piace) Vasco canta: SONO ANCORA QUA…

 Ieri me la sono canticchiata: ci sono, ci sono ancora e non mi sono sentito fuori posto; la voglia di “finir di colorare il Mondo che vorrei abitare” non ha età…

TUTTOAPPOSTO??

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24 febbraio 2012

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L'oca dei Giardini di Piazza Dante a Trento

Ieri sera mentre stavo attraversando i giardini di Piazza Dante per dirigermi verso la sede del CLM, dove frequento il mio settimanale corso di inglese, sono stato avvicinato da un signore…

Codesta persona mi fissa negli occhi e con modi gentili mi chiede: “ciao amico, tuttoapposto?“.

Io, sorpreso da siffatta cordialità, ho prontamente risposto: “Si, grazie, spero anche lei…“.

Avrei voluto dire qualcosa di più a questa persona così gentile e buona d’animo ma lui, udendo la mia risposta, si è allontanato in fretta per raggiungere alcuni ragazzi poco più in là e salutare cordialmente anche loro.

Sono rimasto un pò lì, vicino alla grande oca (che mi sembrava mi sorridesse), a pensare al quel signore così simpatico e poi me ne sono andato verso la mia conversazione di inglese…

Che bello scoprire che al mondo esiste ancora gente così…

 

 

 

 

Del mio amore per gli eserciti…

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16 febbraio 2012

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Blu "soldato senza cervello" @terminal bus (CB)

 

Si sa, io amo gli eserciti, i soldati e le armi che portano con loro…

Con siffatto spirito dedico a loro, miei grandi amori, questo breve testo di Kant.

Immanuel Kant, Per la pace perpetua
Progetto filosofico (1795)

Sezione Prima, Articoli preliminari, Articolo 3.
«Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente scomparire».

«Essi, infatti, dovendo sempre mostrarsi pronti a combattere, rappresentano per gli altri una continua minaccia di guerra; li invitano a superarsi reciprocamente nella quantità di armamenti, al quale non c’è limite.

Dato poi che il costo di una simile pace viene ad essere più opprimente di quello di una breve guerra, tali eserciti permanenti sono essi stessi causa di guerre aggressive intraprese per liberarsi di un tal peso.

Inoltre, il fatto di assoldare uomini per uccidere o essere uccisi, pare proprio che sia usarli come semplici macchine o strumenti in mano altrui (lo Stato), e ciò non si concilia per nulla con il diritto dell’umanità insito nella nostra propria persona (1).

Ben diverso è il caso degli esercizi militari periodici e volontari dei cittadini, per garantire se stessi e la patria contro aggressioni esterne». (…)

*

(1) «L’imperativo pratico sarà dunque il seguente: Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona, sia nella persona di ogni altro, sempre anche al tempo stesso come fine, e mai come semplice mezzo» (Fondazione della metafisica dei costumi)

… … … …

Narra la leggenda che per scrivere le prime parti di questo testo Kant abbia attinto alla Carta Ideologica Programmatica del Movimento Nonviolento. Ma forse, ripeto FORSE ma FORSE, è solo una leggenda… ^_^

Beh, si potrebbe poi aprire un dibattito molto serio sulla considerazione sugli eserciti volontari in difesa da aggressioni esterne, ma oggi non voglio rompere eccessivamente le scatole.

(Grazie ad Enrico Peyretti che mi ha fatto conoscere questo testo. Si sa, da parte mia giammai avrei letto qualcosa di filosofico…).

 

 

Caro San Cristoforo

Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero,

ma in realtà pesante e decisivo da traghettare? (A. Langer)

 

Qualche giorno fa chattando con un amico su facebook si discorreva del sovraccaricarsi di impegni, del senso di impotenza e di quanto si vorrebbe fare per migliorare questo mondo e, ovviamente, del senso del limite che dobbiamo, inevitabilmente, riuscire ad accettare.

Mi venne in mente una lettura che molto mi aveva impressionato: la Lettera di Alex Langer a San Cristoforo.

Da non credente quale sono, credo che sia uno splendido testo che ciascuno di noi dovrebbe leggere e fare proprio e poi anch’io, come Alex, prima di conoscerne la storia rimasi affascinato da questo omone che in un fiume portava in braccio un bimbo…

Ricordo ancora la prima volta che vidi un dipinto che raffigurava questo personaggio: ero nella Basilica di San Zeno a Verona e il buon Mao Valpiana mi raccontò della storia di San Cristoforo e soprattutto mi consigliò la lettura di questa lettera…

Beh, buona lettura, c’è tutto: voglia di fare, senso del limite, impegno, ambiente deturpato, semplicità volontaria e il grande, trasversale, invito a RALLENTARE…

 

Alexander Langer: Caro San Cristoforo,

 

non so se tu ti ricorderai di me come io di te. Ero un ragazzo che ti vedeva dipinto all’esterno di tante piccole chiesette di montagna. Affreschi spesso sbiaditi, ma ben riconoscibili. Tu – omone grande e grosso, robusto, barbuto e vecchio – trasportavi il bambino sulle tue spalle da una parte all’altra del fiume, e si capiva che quella era per te suprema fatica e suprema gioia. Mi feci raccontare tante volte la storia da mia madre, che non era poi chissà quale esperta di santi né devota, ma sapeva affascinarci con i suoi racconti. Così non ho mai saputo il tuo vero nome né la tua collocazione ufficiale tra i santi della chiesa (temo che tu sia stato vittima di una recente epurazione che ti ha degradato a santo minore o di dubbia esistenza). Ma la tua storia me la ricordo bene, almeno nel nocciolo. Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare, che dopo aver militato – rispettato e onorato per la tua forza e per il successo delle tue armi – sotto le insegne dei più illustri e importanti signori del tuo tempo, ti sentivi sprecato. Avevi deciso di voler servire solo un padrone che davvero valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre. Forse eri stanco di falsa gloria e ne desideravi di quella vera. Non ricordo più come ti venne suggerito di stabilirti sulla riva di un pericoloso fiume per traghettare – grazie alla tua forza fisica eccezionale – i viandanti che da soli non ce la facessero, né come tu abbia accettato un così umile servizio che non doveva apparire proprio quella “Grande Causa” della quale – capivo – eri assetato. Ma so bene che era in quella tua funzione, vissuta con modestia, che ti capitò di essere richiesto di un servizio a prima vista assai “al di sotto” delle tue forze: prendere sulle spalle un bambino per portarlo dall’altra parte, un compito per il quale non occorreva certo essere un gigante come te e avere quelle gambone muscolose con cui ti hanno dipinto. Solo dopo aver iniziato la traversata ti accorgesti che avevi accettato il compito più gravoso della tua vita e che dovevi mettercela tutta, con un estremo sforzo, per riuscire ad arrivare di là. Dopo di che comprendesti con chi avevi avuto a che fare e che avevi trovato il Signore che valeva la pena servire, tanto che ti rimase per sempre quel nome.

Perché mi rivolgo a te, alle soglie dell’anno 2000? Perché penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua e che la traversata che ci sta davanti richieda forze impari, non diversamente da come a te doveva sembrare il tuo compito in quella notte, tanto da dubitare di farcela. E che la tua avventura possa essere una parabola di quella che sta dinanzi a noi.

Ormai pare che tutte le grandi cause riconosciute come tali, molte delle quali senz’altro importanti e illustri, siano state servite, anche con dedizione, e abbiano abbondantemente deluso. Quanti abbagli, quanti inganni e auto-inganni, quanti fallimenti, quante conseguenze non volute (e non più reversibili) di scelte e invenzioni ritenute generose e provvide.

I veleni della chimica, gettati sulla terra e nelle acque per “migliorare” la natura, ormai ci tornano indietro: i depositi finali sono i nostri corpi. Ogni bene e ogni attività è trasformata in merce, e ha dunque un suo prezzo: si può comperare, vendere, affittare. Persino il sangue (dei vivi), gli organi (dei morti e dei vivi) e l’utero (per una gravidanza in “leasing”). Tutto è diventato fattibile: dal viaggio interplanetario alla perfezione omicida di Auschwitz, dalla neve artificiale alla costruzione e manipolazione arbitraria di vita in laboratorio.

Il motto dei moderni giochi olimpici è diventato legge suprema e universale di una civiltà in espansione illimitata: citius, altius, fortius, più veloci, più alti, più forti, si deve produrre, consumare, spostarsi, istruirsi… competere, insomma. La corsa al “più” trionfa senza pudore, il modello della gara è diventato la matrice riconosciuta ed enfatizzata di uno stile di vita che sembra irreversibile e incontenibile. Superare i limiti, allargare i confini, spingere in avanti la crescita ha caratterizzato in misura massiccia il tempo del progresso dominato da una legge dell’utilità definita “economia” e da una legge della scienza definita “tecnologia” – poco importa che tante volte di necro-economia e di necro-tecnologia si sia trattato.

Che cosa resterebbe da fare a un tuo emulo oggi, caro San Cristoforo? Qual è la Grande Causa per la quale impegnare oggi le migliori forze, anche a costo di perdere gloria e prestigio agli occhi della gente e di acquattarsi in una capanna alla riva di un fiume? Qual è il fiume difficile da attraversare, quale sarà il bambino apparentemente leggero, ma in realtà pesante e decisivo da traghettare?

Il cuore della traversata che ci sta davanti è probabilmente il passaggio da una civiltà del “di più” a una del “può bastare” o del “forse è già troppo”. Dopo secoli di progresso, in cui l’andare avanti e la crescita erano la quintessenza stessa del senso della storia e delle speranze terrene, può sembrare effettivamente impari pensare di “regredire”, cioè di invertire o almeno fermare la corsa del citius, altius, fortius. La quale è diventata autodistruttiva, come ormai molti intuiscono e devono ammettere (e sono lì a documentarlo l’effetto-serra, l’inquinamento, la deforestazione, l’invasione di composti chimici non più domabili… e un ulteriore lunghissimo elenco di ferite della biosfera e dell’umanità).

Bisogna dunque riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza). Un vero “regresso”, rispetto al “più veloce, più alto, più forte”. Difficile da accettare, difficile da fare, difficile persino a dirsi.

Tant’è che si continuano a recitare formule che tentano una contorta quadratura del cerchio parlando di “sviluppo sostenibile” o di “crescita qualitativa, ma non quantitativa”, salvo poi rifugiarsi nella vaghezza quando si tratta di attraversare in concreto il fiume dell’inversione di tendenza.

E invece sarà proprio ciò che ci è richiesto, sia per ragioni di salute del pianeta, sia per ragioni di giustizia: non possiamo moltiplicare per 5-6 miliardi l’impatto ambientale medio dell’uomo bianco e industrializzato, se non vogliamo il collasso della biosfera, ma non possiamo neanche pensare che 1/5 dell’umanità possa continuare a vivere a spese degli altri 4/5, oltre che della natura e dei posteri.

La traversata da una civiltà impregnata della gara per superare i limiti a una civiltà dell’autolimitazione, dell’”enoughness”, della “Genügsamkeit” o “Selbstbescheidung”, della frugalità sembra tanto semplice quanto immane. Basti pensare all’estrema fatica con cui il fumatore o il tossicomane o l’alcolista incallito affrontano la fuoruscita dalla loro dipendenza, pur se magari teoricamente persuasi dei rischi che corrono se continuano sulla loro strada e forse già colpiti da seri avvertimenti (infarti, crisi…) sull’insostenibilità della loro condizione. Il medico che tenta di convincerli invocando o fomentando in loro la paura della morte o dell’autodistruzione, di solito non riesce a motivarli a cambiare strada, piuttosto convivono con la mutilazione e cercano rimedi per spostare un po’ più in là la resa dei conti.

Ecco perché mi sei venuto in mente tu, San Cristoforo: sei uno che ha saputo rinunciare all’esercizio della sua forza fisica e che ha accettato un servizio di poca gloria. Hai messo il tuo enorme patrimonio di convinzione, di forza e di auto-disciplina al servizio di una Grande Causa apparentemente assai umile e modesta. Ti hanno fatto – forse un po’ abusivamente – diventare il patrono degli automobilisti (dopo essere stato più propriamente il protettore dei facchini): oggi dovresti ispirare chi dall’automobile passa alla bicicletta, al treno o all’uso dei propri piedi! E il fiume da attraversare è quello che separa la sponda della perfezione tecnica sempre più sofisticata da quella dell’autonomia dalle protesi tecnologiche: dovremo imparare a traghettare dalle tante alle poche kilowattore, da una super-alimentazione artificiale a una nutrizione più equa e più compatibile con l’equilibrio ecologico e sociale, dalla velocità supersonica a tempi e ritmi più umani e meno energivori, dalla produzione di troppo calore e troppe scorie inquinanti a un ciclo più armonioso con la natura. Passare, insomma, dalla ricerca del superamento dei limiti a un nuovo rispetto di essi e da una civiltà dell’artificializzazione sempre più spinta a una riscoperta di semplicità e di frugalità.

Non basteranno la paura della catastrofe ecologica o i primi infarti e collassi della nostra civiltà (da Cernobyl alle alghe dell’Adriatico, dal clima impazzito agli spandimenti di petrolio sui mari) a convincerci a cambiare strada. Ci vorrà una spinta positiva, più simile a quella che ti fece cercare una vita e un senso diverso e più alto da quello della tua precedente esistenza di forza e di gloria. La tua rinuncia alla forza e la decisione di metterti al servizio del bambino ci offrono una bella parabola della “conversione ecologica” oggi necessaria.

 

1.3.1990, Per “Lettere 2000″ ed.Eulema

Un nuovo ambiente… trentino!

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8 febbraio 2012

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Eccomi qui con il mio nuovo blog.

A causa della chiusura di Splinder (Che DIO LI STRAMALEDICA!!!!) avevo la necessità di migrare in altri lidi. Gli amici di Ambiente Trentino (grazie Stefano) mi hanno proposto di aprire un mio spazio autonomo dentro la loro piattaforma.

Eccomi qui quindi, si diceva.

Cosa c’è di meglio come spazio per contenere le banalità del Massi, amante del locale e ambientalista cazzettaro, di bloggare su AMBIENTE TRENTINO??

E da domani si ricomincia seriamente a banalizzare il tutto…

 

Welcome to Cementoland

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4 gennaio 2012

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Welcome to Cementoland

Atreiu e il fortunadrago

Probabilmente la colpa è dell’eccesso di cibo ingurgitato e delle bevande alcoliche assunte durante queste feste natalizie, probabilmente a stare in ferie e a riposare troppo poi si finisce per rilassarsi e per dormire male e il tutto può essere stato influenzato da uno splendido film di fantasia rivisto recentemente, fatto sta che l’altra notte ho avuto un tremendo incubo.



Mi trovavo su un promontorio dominante una valle bagnata da un grande fiume ad Ovest e da un altro meno ricco d’acqua ad Est. Attorno al secondo fiume si sviluppava un grosso comune. Un primo, storico, nucleo abitativo sorgeva a ridosso di una collina mentre il restante abitato e la zona produttiva progressivamente si sono estese verso nord ovest e hanno occupato una vasta zona originariamente agricola. 



Nel mio sogno ad un certo punto volavo sopra il paese. Prima la bella chiesa, le case con i vicoli stretti e poi case, condomini, case a schiera, tutte uguali, tutte perfette e confortevoli. Riuscivo a vedere dentro le case e ne scorgevo di vuote. Più avanti altre case ed edifici in costruzione. E poi ad ovest, capannoni, capannoni e ancora capannoni. Ma molti di questi erano scatole vuote, costruite nuove e mai usate. In corrispondenza di una grossa rotonda stradale vi era un grande cartello con la scritta “Welcome to Cementoland”.



In una zona adiacente vi erano vari edifici in costruzione; uno di questi era un grande parallelepipedo rosso non ancora ultimato sul cui tetto stava una persona. Un uomo con dei grandi baffi, vestito da grande sacerdote di una qualche strana religione. Davanti a lui centinaia di ruspe, pachere, betoniere e gru che mi sembravano i suoi adepti. Dietro di loro capeggiava una grande scritta a neon: “Cementology, la solenne via del cemento…”. Ad un suo cenno, con un grande frastuono, tutte le macchine sono partite. Una grande polvere si è sollevata. I macchinari infernali avanzavano e al posto delle viti e dei frutteti comparivano cemento e asfalto. Nuove case, edifici enormi, un immenso centro commerciale e poi cavalcavia e strade che avanzavano ad un ritmo incessante cancellando definitivamente il territorio. 



Di colpo mi sentivo come Atreyu in groppa a Falkor, il FortunaDrago, quando, ne la storia infinita incontrano il nulla che avanza cancellando inesorabilmente Fantàsia.&nbsp;



Le ruspe creavano degli enormi vortici di polvere di cemento e le betoniere sputavano colate di cemento in maniera scientifica, perfida, spaventevole. In questo terribile frastuono si riconosceva bene la voce del grande sacerdote che, invasato, incitava le macchine a continuare nella loro opera. 



Poi, più nulla, il buio totale.



Mi svegliai matido di sudore con la speranza che, come in Fantàsia, da quella distruzione fosse rimasto un piccolo granello di sabbia come unica fonte di luce pronto a ridare nuova vita al nostro paese ma questo avverrà, proprio come al giovane Bastian, solo se noi saremo pronti a credere in un finale diverso…

Articolo pubblicato anche su larotaliana.it

Il Movimento Nonviolento – piccolo Movimento, grande famiglia.

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2 gennaio 2012

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congresso MN 2010

Si sta avvicinando la grande festa dei 50 anni di vita del Movimento Nonviolento.

Per il sottoscritto, attivista dal 1997, è il momento di festeggiare ma anche di pensare a cosa è stato il Movimento in questi miei anni di impegno.

il Movimento in questi anni per me è stato (ed è) un NONNO che con pazienza e passione mi raccontava le sue avventure. Mi ha raccontato di Aldo, della prima Marcia, di Pietro, dei giovani del gruppo di Azione Nonviolenta, della rivista, delle marce antimilitariste, del carcere, delle battaglie per il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, di quella per l’obiezione alle spese militari, di Comiso e di tante altre iniziative. Una cara NONNA capace di ascoltarmi e di avere la pazienza di sopportare, supportare e accogliere le mie proposte spesso poco ponderate ma dettate dalla voglia di fare.

Il Movimento è stato (ed è) PADRE e MADRE, capace di indicarmi la via della nonviolenza e di accompagnarmi per la strada, di riprendermi, di sgridarmi bonariamente nelle molte volte in cui per vari motivi smarrivo la strada. Due genitori che mi hanno atteso con pazienza quando, per un breve periodo, ho pensato ci fosse qualcosa di meglio da fare e riaccolto con gioia quando ho deciso di rientrare.

Il Movimento è stato (ed è) FRATELLO e SORELLA con cui condividere sfide e lottare assieme per una società migliore. Fratello e sorella con cui arrabbiarsi, litigare ma anche condividere idee, metodi, mezzi e fini per entrare nei molti conflitti della nostra società.

Infine, e questa è una grande responsabilità che avverto, il Movimento Nonviolento è mio FIGLIO. Un bimbo di 50 anni da crescere, portare avanti, sostenere. Un figlio a cui garantire prosperità e un futuro. Non sono un grande filosofo del pensiero nonviolento, non sono un leader carismatico e non ho la sfacciataggine di considerarmi fondamentale alla vita del Movimento, ma SO che una piccola Associazione come la nostra ha bisogno anche del mio piccolo apporto per continuare a vivere e per questo anch’io mi sento suo PADRE.

E dove ci sono nonni, genitori, fratelli e figli c’&egrave; una grande FAMIGLIA: la mia Associazione. Una famiglia con cui condividere tutte le esperienze passate, presenti e future ma anche con cui festeggiare. Infatti chi mi conosce sa che amo molto il lato ludico dei momenti di vita del Movimento Nonviolento. I pranzi, le cene che condividiamo durante i congressi, le marcie, i Comitati di Coordinamento sono ottimi momenti in cui confrontarsi, discutere e anche scherzare condividendo ottimo cibo e squisito vino.

Momenti in cui mi sento “a casa”.

Siam pronti alla morte

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29 dicembre 2011

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La bandiera d'Italia (come piacerebbe a me)

Tutto comincia con una piccola pianola ricevuta come dono di Natale. La bimba comincia a suonare e a cantare allegra e felice di usare il nuovo regalo.

Il quadro è sereno, ovattato e gioioso: canzoncine da bambini, di Natale o inventate al momento e poi, in mezzo a tante anche una canzone che riconosco subito. Inizialmente resto stupito che questa bimbette di 5 anni sappia a memoria quasi tutto l’Inno d’Italia, ma poi pensandoci bene l’anno che sta finendo è stata una sbornia di patriottismo e italianità e quindi forse è quasi normale.

Mentre canta aspetto l’arrivo della strofa che mi ha sempre colpito, e infatti eccola, secca e diretta come una pugnalata: “stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte, l’Italia chiamò&rdquo;.

Sarà anche bello essere italiani, sarà bello questo ritrovato spirito di amor patrio (anche nelle genti di sinistra a causa del signori Berlusconi e Bossi) e sarà anche bello il nostro inno, ma al sottoscritto sentire una bambina di 5 anni che canta allegra e spensierata “siam pronti alla morte” proprio non va giù!

Cosa insegniamo ai nostri figli?

Amore per il proprio Paese, legittima difesa dall’oppressore, essere pronti a fare qualcosa per il luogo dove vivi. Tutte cose giuste e condivisibili.

Ma cosa è significato questo nei millenni passati e anche ora?

I cittadini a cui lo Stato (quello con la “S&rdquo; maiuscola) ha chiesto l’amor patrio sono diventati carne da macello. Il problema qui non è essere pronti a morire per una causa, sacrificandosi, battendosi e difendendo il proprio Paese. Il problema sta nel fatto che troppo spesso questi sacrifici derivano da scelte idiote, dettate da ottusi ragionamenti economici e politici, da un amor patrio offuscato dall’amor proprio dei vari governanti e generali e dalla voglia di potere di troppe persone.

Sicuramente gli amici storici potranno riportare dati, date e situazioni in cui è valsa la pena combattere, altri potranno ricordare il detto “se vuoi la pace prepara la guerra”, altri ancora potranno ricordarmi che è grazie al sacrificio di molti uomini che noi ora possiamo vivere in pace. Tutto giusto (o quasi) ma a me fa una gran pena sapere che il mio Stato decanta e canta dei suoi figli “pronti alla morte”. Basta pensare alle sfilate militari del 2 giugno, festa della Repubblica, per capire come la nostra Repubblica sia celebrata solo da carri armati, jet militari, fucili e mitragliatori. Il testo dell’Inno di Mameli svela un pensiero di base che la razza umana dovrebbe essere in grado di abbandonare definitivamente; dovremmo essere capaci di lasciarci alle spalle questa cultura di morte basata sulla ragione armata che pone come unico strumento risolutore la guerra.

Bello un giorno risvegliarsi con i nostri figli che cantano quanto sia bello essere pronti a vivere serenamente nel nostro Stato e per il nostro Stato.

Pubblicato anche su larotaliana.it