Università degli Studi di Trento, Corso di Laurea Quadriennale in Sociologia, Anno accademico 2004-2005
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Abstract
di Jacopo Mantoan
Dagli studi e dagli approfondimenti compiuti per la realizzazione della tesi è venuto alla luce un quadro globale piuttosto contrastato e disarmonico della situazione politico-amministrativa del territorio gardesano. Naturalmente, per arrivare ad un’analisi completa non si è potuto prescindere un’analisi delle principali istituzioni presenti all’interno di questo vasto territorio. Per far ciò l’elaborato è stato diviso in tre parti, ognuna delle quali rispondente a un preciso obiettivo.
Il primo obiettivo era quello di rispondere ad un interrogativo: come mai, ovvero per quali fattori storici, economici, culturali, il lago di Garda, che dal punto di vista ecologico è caratterizzato da una forte omogeneità, è stato sempre percepito e vissuto più come una barriera che come un organismo unitario, con le inevitabili conseguenze negative che tale visione ha arrecato ad uno sviluppo armonico. Nel primo capitolo si sono dunque percorse le tappe più significative che hanno segnato la storia del territorio gardesano che “appartiene” oggi a tre Regioni. Da questo excursus storico si è potuto osservare come il lago di Garda sia sempre stato considerato luogo ideale per l’insediamento umano; ma questa peculiarità così importante è entrata, nel corso degli eventi, in forte contraddizione con un'altra caratteristica dell’intero sistema lago: il controllo delle sue acque ha infatti da sempre rappresentato un vero e proprio elemento di conflitto; nel corso della storia infatti, innumerevoli sono stati gli episodi di battaglie volte al loro dominio da parte delle diverse popolazioni lacuali. Nella prima metà del Trecento si formano le prime alleanze e aggregazioni comprendenti più città. Ne sono un esempio emblematico la Magnifica Patria per quanto riguarda la sponda occidentale e la Gardesana dell’Acqua per quanto riguarda quella orientale. Va comunque notato come queste prime forme di comunità interessavano territori piuttosto ristretti a loro volta subordinati a comuni più grandi come Verona o Brescia, accrescendo, ove ve ne fosse stato bisogno, il senso di divisione e municipalismo.
L’analisi storica con cui si è cominciato il lavoro è stata determinante per comprendere appieno divisioni e conflitti ancora oggi presenti: in più di un’occasione sono infatti state riscontrate evidenti analogie con la situazione attuale; segnale questo, a nostro giudizio, piuttosto indicativo del permanere di una tendenza “separatrice”; pensare infatti ad un cambiamento seppure lento che possa modificare in modo radicale l’assetto amministrativo della gestione del territorio e portare quindi ad una visione, come più volte detto, unitaria delle sponde gardesane, ci sembra un percorso lungo e particolarmente complesso.
Il secondo obiettivo era capire se la visione critica dell’unità così come storicamente dimostrata, determini e/o influenzi ancora oggi le azioni, i progetti, le proposte dei diversi attori locali che in modo e misura diversa interagiscono con il territorio lacuale.
Lo sguardo sul presente - che caratterizza il secondo e terzo capitolo - ha portato dunque all’analizzare i soggetti deputati a raccordare gli interessi di chi risiede e opera nel territorio del Garda. Ci si è infatti chiesti quale ruolo abbiano svolto (e soprattutto svolgano oggi) i soggetti considerati: in particolare le istituzioni pubbliche e le associazioni ambientaliste.
L’ipotesi che ha sorretto l’intera tesi era che se l’azione delle prime fosse ancora sostanzialmente guidata da un atteggiamento di scarsa collaborazione, a sua volta frutto di divisioni storiche consolidate, l’azione delle seconde, soggetti nuovi, cioè non storicamente condizionati, ispirati ai principi della scienza ecologica e costitutivamente orientati a superare le contrapposizioni locali in vista di un interesse più vasto - fosse guidata da una visione finalmente unitaria del territorio gardesano, basata su una alleanza trasversale tra i soggetti.
In particolare, per quanto riguarda le istituzioni pubbliche si è dedicata molta attenzione alle iniziative legislative (soprattutto leggi regionali) (cap. 2) al fine di individuare la presenza o meno di un orientamento “localista” nella gestione del lago. Con lo stesso obiettivo si è preso in considerazione anche l’operato dei Centri di controllo delle acque del lago (Arpa Lombardia; Arpav-Veneto; e Appa-Provincia Autonoma di Trento) riscontrando come ognuno di questi agisca di fatto in modo disgiunto. Ad esempio, ognuno di questi tre organismi, compie attualmente le ricerche esclusivamente nella propria zona di competenza non premurandosi, da quanto appreso, di considerare anche la situazione delle rimanenti parti del lago.
Se questa sorta di perenne “conflitto” tra le amministrazioni lacuali è dettata da una parte da esigenze economiche strettamente legate al turismo e/o a volte alla promozione della singola zona, dall’altra parte si sono registrati anche altri tipi di rivalità che vanno ben oltre l’interesse economico e che arrivano spesso a considerare come fondamentali la differenza delle culture, degli usi e costumi e delle differenti tradizioni. Tutti questi fattori avvalorano l’ipotesi secondo la quale tentare di unificare le sponde del lago di Garda da un punto di vista istituzionale, così come sociale e culturale, sarebbe alquanto complesso e difficile, proprio perché le differenze sono ormai stratificate e radicate da un percorso storico- culturale di antica data.
L’unico organismo che agisce secondo un’ottica sostanzialmente diversa è la Comunità del Garda. Tale organismo ha assunto un ruolo di grande importanza, in quanto per primo si è premurato di coordinare le tre Regioni tentando dunque un’integrazione su tutti i fronti. Per le sue caratteristiche di ente morale e per non essere mai stato “istituzionalizzato”, possiamo però rilevare come esso non abbia saputo e potuto , nei suoi cinquanta anni di attività, delineare in modo concreto le proprie finalità e di conseguenza non sia riuscito a raggiungere i risultati sperati.
Negli ultimi anni questa condizione di precarietà è sensibilmente aumentata, come dimostra la profonda crisi in cui versa tuttora la Comunità del Garda; questa situazione di forte difficoltà è poi stata accentuata ulteriormente dalle diverse diserzioni da parte di alcuni comuni sia lacuali, sia dell’entroterra, che non avendo avuto un riscontro immediato e preciso riguardo ai risultati raggiunti dall’ente, hanno deciso di abbandonare la scena. A tutto ciò si aggiunge la forte diffidenza soprattutto politica che le varie amministrazioni nutrono nei confronti di una struttura in qualche modo sovracomunale, che potrebbe determinare delle limitazioni d’autonomia nella sfera d’influenza delle singole amministrazioni. Così di fatto l’aver lasciato la Comunità del Garda nella condizione di mero ente morale senza potestà operative politiche, ha giocato il doppio ruolo di mantenere da un lato integra la salvaguardia dei principi di coordinamento e dall’altro di consentire di fatto il proseguimento di una miope politica localista fortemente agganciata ai gruppi di pressione di riferimento.
In questi giorni si sta tentando il tutto per tutto per salvare quelli che sono gli intenti e i programmi della Comunità; se in futuro saranno coadiuvati da un’ altrettanto valida struttura organizzativa e gestionale dell’ente, la Comunità potrebbe realmente rappresentare una delle ultime risorse disponibili per tentare la strada del coordinamento tra le tre regioni che si affacciano sul lago di Garda. Ma il passaggio politico a questo tipo di soluzione è estremamente arduo per le considerazioni che sono state fin qui svolte.
Guardando alla situazione attuale, dunque, risulta immediatamente evidente come ad oggi il governo del territorio gardesano continui ad essere caratterizzato da una forte frammentazione sia a livello legislativo ed istituzionale, che sociale ed economico. Neppure un forte interesse turistico ha mosso le varie amministrazioni locali ad individuare “un marchio Lago di Garda” quale fattore di marketing da spendere utilmente sia all’interno che all’estero, come elemento di raccordo fra le nuove esigenze economiche e quelle di protezione ambientale. Piuttosto che considerare la varietà culturale e paesaggistica come un patrimonio da condividere e tutelare, incrementandone l’aspetto di “risorsa comune indisponibile”, si preferisce procedere per realtà separate, per microprogetti che pur nella loro innegabile importanza, non riescono mai ad identificare un percorso comune ed organizzato di più ampio sentire e soprattutto più strutturato sotto il profilo amministrativo-istituzionale. Così mentre la Provincia Autonoma di Trento promuove il comprensorio del Garda come un paradiso internazionale degli sport velici, vietando le imbarcazioni a motore, le Province di Brescia e Verona non disciplinano minimamente tale aspetto, limitandosi ad un formale controllo di facciata della situazione esistente, in aperto ed evidente conflitto con una armonica visione di contesto. Episodi di questo tipo sono non solo frequenti, ma rappresentano in qualche modo una tipicità rovesciata rispetto alle esigenze di cui prima si accennava. Un marchio Lago di Garda resta un progetto confuso, dai contorni evanescenti, presente in alcuni studi avanzati, ma lontano da una fattibilità concreta e soprattutto di breve periodo.
Per quanto riguarda la posizione delle diverse associazioni ambientaliste (terzo obiettivo), si tratta probabilmente della parte più interessante e soddisfacente della nostra ricerca. Si è innanzitutto intrapreso un lungo lavoro di ricognizione e “censimento” delle associazioni ambientaliste operanti sul Garda. Grazie poi a numerose interviste - sia telefoniche che personali eseguite su testimoni qualificati siamo riusciti ad approfondire la realtà di tali associazioni.
Lo scopo principale era quello di verificare l’ipotesi iniziale dello studio ovvero che le associazioni potessero rivestire oggi un ruolo cruciale nel superamento di una visone parziale e parcellizzata dell’ambiente del lago.
Tale ipotesi si è rivelata in parte infondata. Un forte localismo in alcuni casi sfociato in un particolarismo esasperato, caratterizza ancora buona parte delle attività di queste associazioni. La maggior parte fra quelle analizzate, infatti, affronta problematiche il più delle volte legate ad ambiti molto ristretti (relative a comuni o addirittura singoli paesi), perdendo di vista la necessità di un intervento coordinato e organico.
Questa “scoperta” ci ha lasciato non poco sorpresi. L’iniziale convinzione era infatti che le associazioni ambientaliste, non essendo vincolate da alcun legame politico, geografico o istituzionale, riuscissero ad uscire da quei rigidi schemi propri delle istituzioni, in qualche modo obbligate ad un regime di permanente divisione. Eppure, dopo numerose ricerche ed approfondimenti, siamo arrivati alla conclusione, che tranne in rari casi, anche le associazioni ambientaliste seguono spesso uno schema localista, che si concentra quindi su problematiche piuttosto circoscritte o comunque sempre riferite ad ambiti regionali. Va detto peraltro che questa situazione si viene a creare il più delle volte per esigenze contingenti. La maggior parte delle associazioni prese in considerazione sono formate infatti da un numero davvero esiguo di persone che vi lavorano e spesso il budget a disposizione è davvero limitato. Si può dunque ben capire come il più delle volte vengano prese in considerazione problematiche “vicine” alla propria sede che presentano quanto meno alcune possibilità di risoluzione, più o meno immediata.
Tuttavia, negli ultimi anni tale tendenza ha subito una parziale inversione. Non si può infatti sottovalutare il valore fortemente innovativo dei progetti portati avanti da un pool di associazioni; accanto ad un persistente atteggiamento localista infatti, un nuovo orientamento sembra lentamente crescere tra le associazioni che ha dato origine ad un progetto interessante. Si tratta della proposta, ideata dal Comitato formato da numerose associazioni ambientaliste, di istituire prima il Parco dei colli Morenici e in prospettiva il Parco Europeo del Garda.
Questo ambizioso progetto è degno di nota per vari motivi:
1. ha finalmente costituito un terreno di incontro fra le diverse associazioni ambientaliste operanti sul territorio gardesano;
2. tale terreno di incontro è avvenuto attorno ad un progetto di ampio respiro: interregionale (Parco delle Colline Moreniche) e addirittura sovra-nazionale (Parco Europeo). In linea ci pare con quella prospettiva ecoregionale che ispira oggi i progetti più ambiziosi di salvaguardia e conservazione ambientale;
3. i parchi più volte citati rappresentano, se realizzati, una tipologia di parco che si può definire “di nuova generazione” ovvero volta a coniugare il rispetto verso l’ambiente con le attività ivi insediate, senza che tale connubio comprometta lo sviluppo economico e sociale;
4. il progetto del parco, infine, ha creato un momento di riflessione collettiva che ha visto protagoniste le associazioni e la popolazione locale. Sono stati infatti organizzati numerosi incontri ed eventi volti alla sensibilizzazione e alla partecipazione dei cittadini. In tal senso ci pare corretta l’interpretazione secondo la quale i movimenti ambientalisti possono contribuire alla qualificazione della discussione pubblica su temi e questioni di interesse collettivo.
Riguardo ai parchi di nuova generazione, un importante approfondimento all’interno della terza parte del mio elaborato è rappresentato dallo studio riguardante i nuovi concetti di “bioregione” ed “ecoregione”.
Nella letteratura sempre più i termini “bioregione” e “bioregionalismo ” “ecoregioni” vengono utilizzati per definire realtà che - pur segnate da fratture e barriere naturali come corsi di fiumi, catene montuose, vallate con specifiche caratteristiche, bacini lacustri - sono tuttavia strettamente collegate nelle loro componenti geografiche, etniche, linguistiche, culturali.
La parola bioregione è composta da bio, una parola greca che significa “vita” e regione che a sua volta deriva dal latino regere, ovvero governare. La bioregione è dunque un luogo geografico riconoscibile per alcune sue caratteristiche naturali particolari (le caratteristiche del suolo, le specie vegetali e animali, il clima) dove l’organizzazione umana è in armonia con tutto questo. Si potrebbe anche dire che una bioregione è un insieme di relazioni in cui i residenti vivono e agiscono come parti delle comunità naturali che ne definiscono la vita e creano situazioni di reciproco equilibrio.
Le ecoregioni sono definite dal WWF come “unità relativamente grandi di terra o acqua contenenti un assemblaggio distinto di specie e comunità naturali, con confini che approssimano l’estensione originale delle comunità naturali, prima di importanti cambiamenti nell’uso della terra”. Nel convegno nazionale “Ecoregioni e reti ecologiche, la pianificazione incontra la conservazione”, recentemente organizzato a Roma, il WWF ha proposto di inserire il termine “ecoregione” nel vocabolario italiano. Naturalmente il termine non è ancora di uso comune ma è destinato a entrare nella terminologia della tutela ambientale. Esso fa riferimento ad una strategia di conservazione adottata non solo dal WWF, ma anche da organizzazioni quali l’Agenzia europea per l’ambiente e la Banca Mondiale. Secondo il WWF tale strategia diventerà la ricetta principale per identificare un’area, le sue priorità di intervento, i metodi di azione non solo per la conservazione ma soprattutto per creare le alleanze utili alla tutela ambientale. Al pari di termini come sviluppo sostenibile, biodiversità etc, il concetto di ecoregione può dunque incarnare un approccio al governo dell’ambiente i cui aspetti chiave sono: “la vasta scala spaziale delle ecoregioni, omogenee da un punto di vista ecologico e sovra-nazionali, la prospettiva a lungo termine (30-50 anni), una solida base scientifica, l’integrazione degli aspetti di conservazione delle biodiversità, con i fattori socio-economici, la collaborazione con altri attori e il coinvolgimento di tutti i gruppi di interesse (enti-istituzioni) ”.
L’aspetto interessante è che l’obbiettivo della strategia ecoregionale è sì garantire la conservazione del territorio, ma anche valorizzare le opportunità di sviluppo economico e sociale legato alla sua tutela. La caratteristica fondamentale della strategia ecoregionale è infatti la creazione di “un’ampia condivisione sul progetto di conservazione ambientale che coinvolge tutti gli attori locali interessati (istituzioni, organizzazioni no-profit, associazioni, cittadini) presenti nell’ecoregione” .
In conclusione, sembra indispensabile soprattutto in un periodo di forte competizione economica internazionale, salvaguardare i valori che il territorio del Garda è in grado di esprimere, avviando quelle politiche di valorizzazione e protezione che sole possono nel prossimo futuro determinare una reale inversione di tendenza rispetto a quanto sin qui osservato. In questa prospettiva “il sistema lago” inteso nella sua accezione più ampia potrà rappresentare una valida alternativa economica ed ambientale ai tanti localismi esasperati da una visione settoriale degli interessi in campo. Coniugare queste esigenze sarà probabilmente la sfida che i vari attori (istituzionali e non) dovranno affrontare nel prossimo futuro. Le risorse infatti sono ancora abbondanti seppure depauperate da politiche poco lungimiranti.