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Nel campo della lavorazione dell'alluminio, quella di Mori è stata una fabbrica all'avanguardia sotto l'aspetto tecnologico e dell'organizzazione del lavoro, un modello paradigmatico cui tutta l'Europa ha guardato con ammirazione durante il periodo di industrializzazione del primo '900.
In Italia, essa rappresentava la più importante iniziativa del settore e rispondeva concretamente alle esigenze di una decisa ripresa economica e di un risanamento della bilancia commerciale dello Stato, appesantito, fin dal primo dopoguerra, dall'importazione di questo prodotto dall'estero. Lo stabilimento di Mori fu costruito tra il febbraio 1927 e l'ottobre 1928 dal gruppo industriale milanese "Montecatini" in accordo con la società tedesca "Vereinigte Aluminium Werke", alleata del gruppo italiano fino al 1930. Presentava soluzioni tecnologicamente all'avanguardia e innovative: basti pensare che fu il primo impianto in Trentino che sfruttava per il proprio fabbisogno l'energia che in loco si creava, mediante imponenti opere idrauliche di presa sull'Adige, che il suo canale di derivazione era il più lungo fino ad allora costruito in Italia e uno dei più importanti d'Europa (2450 metri) e che all'interno della centrale idroelettrica (una delle più belle e artisticamente apprezzabili dell'intera regione) erano situate le quattro dinamo più potenti del continente. Si consideri poi che all'interno dello stabilimento furono anche brevettati nuovi modelli di forni di fusione, sperimentati nuovi sistemi di battitura meccanica e messi a punto sul piano industriale sistemi di depurazione e lavaggio dei fumi e delle polveri divenuti oggetto di studio per i maggiori specialisti del mondo.
Questa fabbrica rappresentò di fatto la prima grande iniziativa industriale dell'intero Basso Trentino ed ebbe esiti decisivi e determinanti per una radicale trasformazione del suo apparato economico, fino ad allora basato esclusivamente sull'agricoltura, e del suo tessuto sociale, poiché modificò profondamente anche la mentalità e le abitudini del suo abitante.
Introdusse infatti una sorta di lenta sostituzione della professione contadina con il lavoro dipendente e favorì di conseguenza l'affermarsi di nuovi comportamenti e valori urbani dovuti all'industrializzazione, svolgendo sicuramente anche una funzione di "guida" nei confronti di altre esperienze industriali e artigianali sorte in Vallagarina negli anni successivi alla sua entrata in funzione. La "Montecatini", come fu presto ribattezzata da tutti gli abitanti della zona, rappresentò anche la speranza di una vita migliore in una terra che, fino a pochi decenni prima, riservava risorse assai limitate alla gente che la abitava e anche se da sola non risolse tutti i problemi, certamente contribuì a rivitalizzare con nuovi posti di lavoro un territorio economicamente depresso e disagiato. La sua presenza fu pertanto motivo di orgoglio mentre la sua chiusura, nel 1983, segnò la fine di un periodo storico di Mori e dell'intera Vallagarina, quello dello sviluppo e dell'industrializzazione nel corso del diciannovesimo e del ventesimo secolo e quindi la fine dei miti e delle ideologie collegate a tale concezione di progressivo sviluppo.
Questa grande industria non rappresentò però solo ricchezza e orgoglio: il cosiddetto fenomeno delle "macchie blu", presentatosi in due riprese nel periodo 1930-1935 e negli anni 1965-1966 e causato dall'inquinamento prodotto dai propri impianti su persone, animali e piante fu una delle pagine più dolorose dell'intera vicenda produttiva di questa fabbrica e del territorio circostante. Esso generò paura, polemiche e tensioni tra i coltivatori dei terreni circostanti (che premevano per la chiusura della fabbrica), gli operai assunti (che minimizzavano i danni per paura di perdere il lavoro) e la dirigenza della fabbrica (che, mentre sul piano ufficiale dichiarava la propria estraneità all'inquinamento, accordava ai contadini dei risarcimenti per i danni subiti). Tutto ciò dimostra come, oltre al dramma vissuto da migliaia di persone, a quel tempo potessero essere forti, ben più delle preoccupazioni di carattere ambientale, le ragioni di natura produttiva e occupazionale. Come, cioè, permanesse fortemente radicata un'idea di baratto della salute ambientale con la sicurezza del posto di lavoro e come il capitalismo "pionieristico" di quei tempi fosse teso esclusivamente al raggiungimento del massimo profitto e allo sfruttamento massimo della forza lavoro, senza alcuna preoccupazione di carattere ecologico - ambientale.
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Gli operai addetti ai forni, soprannominati i "fornaioli dell'Apocalisse", furono tra i maggiori protagonisti della storia di questa fabbrica. Nei primi anni di vita dello stabilimento infatti lavoravano in condizioni al limite del possibile, sobbarcandosi fatiche e sacrifici enormi. Venivano soprattutto da Mori, ma anche da Marco, Chizzola, Brentonico, dalla Val di Gresta, da Ala e da Dro e quelli che abitavano più distanti arrivavano puntuali al proprio turno di lavoro anche dopo tre ore di bicicletta. Lo stipendio era misero e quindi quasi tutti gli operai, prima o dopo il turno di lavoro, si dedicavano anche ad altre attività, specie a coltivare i campi. Il loro compito accanto ai forni di fusione era durissimo e consisteva nella battitura della crosta con una stanga di ferro non appena si accendeva la lampadina che segnalava il momento in cui il bagno aveva bisogno di allumina. L'operazione era molto faticosa, il pericolo di ustioni e scottature era altissimo e per di più la temperatura della sala in cui lavoravano toccava anche i 60 gradi, con diffusione nell'aria di fluoro, anidride e ossido di carbonio. I fornaioli sudavano in continuazione e, per resistere, dovevano bere parecchi litri d'acqua al giorno; per il calore i vestiti addirittura si consumavano e più di uno, tra calore ed esalazioni, non riusciva a continuare il lavoro, pur avendo superato il periodo di prova.
Durante il secondo conflitto bellico, la "Montecatini" fu dichiarata fabbrica di guerra e dipese dalla Fabbriguerra di Bologna. La produzione dello stabilimento riforniva, oltre che quella italiana, anche l'industria bellica tedesca e, tranne alcune classi di giovani, gli operai dei forni non furono chiamati alle armi. Fu in questo periodo che si toccò il numero massimo di dipendenti che raggiunse le 1224 unità. I trasporti ed i rifornimenti furono resi più difficili, fu bombardata l'officina meccanica e una paratoia della diga, con successiva fermata della centrale; fu anche minata l'area circostante ma, ciononostante, la fabbrica lavorò sempre a pieno ritmo. La ripresa, dopo la Liberazione, fu lenta e difficile: la crisi fece sentire i suoi effetti, causando una drastica riduzione dell'organico, che arrivò a toccare punte minime di 250 lavoratori. Ciò fu dovuto anche ad una generale opera di meccanizzazione del lavoro; l'operaio non lavorava più a diretto contatto con il forno come ai primi tempi ma ne controllava la pressione seduto su una carrello dotato di braccio meccanico per battere, velocizzando così l'operazione.
Lo stabilimento visse anche momenti di lotta sindacale, che culminarono con l'occupazione del 1958, venne costituita in quegli anni una Commissione Interna con il compito di mediare i rapporti tra la direzione e i lavoratori per quanto riguardava il salario, l'orario, l'ambiente di lavoro. Dagli anni '50 divenne operativo anche un Comitato antinfortunistico, la ditta organizzava poi corsi, aggiornamenti specifici e corsi di formazione professionale e veniva curata anche la preparazione dei capi sotto il profilo sociale, per un migliore inserimento in azienda. Venne istituita la mensa aziendale e, negli anni '55 -'60 sorsero molte attività di dopolavoro che contribuirono a far partecipare attivamente i dipendenti e le loro famiglie alle svariate iniziative promosse. Vi era la filodrammatica, il coro, le squadre di ciclismo e di calcio. Si costituì l'Associazione aziendale degli ex - combattenti e reduci di guerra. Si organizzavano tornei sportivi e gite aziendali, a Pasqua e Carnevale si programmavano feste ed incontri mentre d'estate era agibile per i figli dei dipendenti una colonia a Seiano, presso Napoli.
Da ciò si può intuire come la fabbrica non fosse solo un luogo di lavoro e di fatiche, ma anche una comunità di intenti, di complicità costruttive, di solidarietà. Era un mondo tutto proteso al conseguimento di un risultato comune: un'intelligente politica aziendale aveva infatti reso i dipendenti partecipi dell'impegno e della sfida che quella fabbrica rappresentava con le sue attrezzature d'avanguardia, della funzione di "pilota" e di "guida" che svolgeva per altre analoghe esperienze industriali. La Direzione di Milano riconosceva a Mori uno spirito "diverso", un attaccamento particolare degli operai alla loro fabbrica.
Gli ultimi anni di vita trascorsero in tono minore, con un numero ridotto di dipendenti e senza la carica di entusiasmo e di partecipazione che aveva caratterizzato i primi decenni. La nazionalizzazione dell'energia elettrica influì negativamente sul corso dell'azienda. Finché la Montecatini poté disporre di centrali proprie, questa costò pochi centesimi, con l'ENEL invece i prezzi decuplicarono. Con questo fardello la Montecatini affrontò gli anni '70. Nel mondo erano intanto sorte fabbriche concorrenti e lo stabilimento di Mori non era più competitivo e suscettibile di ulteriori sviluppi produttivi. La nuova proprietaria dell'azienda, l'E.F.I.M. (a partecipazione statale) era solo una presenza burocratica. Nel marzo 1983 la chiusura divenne definitiva. Si era conclusa un'epoca, una grande stagione di fatiche e sacrifici, di orgoglioso riscatto sociale e di volenterosa, commovente partecipazione alla prima, "pionieristica" avventura industriale del Basso Trentino.
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