Dimmi cosa (non) vedi

Anna Molinari ha partecipato al “Walking on the moon” alle Marocche di Dro. Qui ci racconta le sensazioni provate e i pensieri scaturiti dalla nostra camminata notturna con musica.

Ogni giorno esercitiamo fiducia. Sui sentieri degli incontri che ci capitano, per scelta o per caso. Stasera, però, la fiducia la alleno qui, di notte, insieme a un gruppetto di persone di cui non vedo i volti e che probabilmente domani, per strada, non riconoscerò. Siamo in partenza da un piccolo parcheggio tra il buio e la polvere, poco sopra il paesino di Dro, zona delle Marocche. Protetti in un’area protetta, siamo ombre che si muovono tra i massi e la vegetazione di un biotopo arido e brullo che conserva le impronte di frane antiche, un pezzo di montagna caduto a valle, lasciando una parete nuda lì di fronte, concava, speculare, spettacolare.
In coda agli altri, né troppo in cima né troppo in fondo, seguo la fila ordinata e silenziosa di schiene, davanti una guida, dietro non so. Avvio la playlist di questa passeggiata musicale, e comincio un viaggio che accompagna, inciampa, asseconda, smarrisce i passi. Mi perdo in questa cordata immaginaria, che contemporaneamente offre sicurezza e regole. Forse è così anche fuori da questo spazio incantato, tra l’essere protetti e l’essere limitati il confine è labile.

Non so perché mi viene in mente Kant, che all’università non mi è mai stato nemmeno troppo simpatico. Eppure qualcosa di lui risuona tra i pensieri, quel cielo stellato lì sopra, quella legge morale qui dentro. Stasera le stelle sono poche, nessuna trapunta ancorata al soffitto del mondo, solo una luna lattiginosa che gioca con le nuvole sopra al castello di Drena, ne ricalca le merlature come una tovaglia di famiglia, giochi di geometrie tra natura e architettura. Forse le pietre sono in cielo e le nuvole qui, appoggio per i piedi. Qualche curva sul sentiero e ci si mette anche un traliccio a fare confusione: alzo gli occhi e quel blu profondo è energia che scorre tra linee e ferro, la luna ci gioca a nascondino. Ma subito gli aghi di pino diventano setole dispettose che ne scompongono le forme in acquerello.

I primi passi sono incerti, non è un percorso difficile, ma siamo senza torce. Manca un cono chiaro che illumina e circoscrive la direzione. Senza luce si dissolvono i contorni, vedi più di quanto riesci a immaginare. Vedi tutto il resto, o quel che resta del tutto. La ricchezza delle possibilità aumenta, e forse aumenta anche la ricchezza di ciò che rimane nell’oscurità, di ciò che non si distingue. In effetti la luce, ancella della maggior parte delle nostre sensazioni, è un despota confortevole, che però perde velocemente il suo scettro qui nella notte.

luna_mariocche

Il paesaggio è surreale: è un posto di cose andate in frantumi e di cose rinate, luogo che sopporta il tempo e trattiene bellezza, luogo di rovine che sono un dono, di cose andate a pezzi che ci parlano di cambiamenti, trasformazioni, resilienza. Attivo i sensi, o almeno ci provo. Sono disallenati, ma hanno voglia di aiutarmi. Uso le mani per sostenere l’equilibrio: tocco i sassi ancora caldi del sole di poche ore fa, ne sento la ruvidezza, la porosità, le pieghe. Accarezzo i tronchi dei pochi alberi che costeggiano il sentiero, le rughe della corteccia. Appoggio una mano a coppa su un’ombrellifera poco distante, raccolgo nell’incavo tutta quella vita in penombra. Ci sono profumi che non riconosco, forse sambuco, forse resina. C’è linfa che scorre al tatto, una sensualità inaspettata che vibra sulla pelle.

Vibra anche la musica, è perfetto questo pezzo elettronico qui nella notte del bosco. Qualche curva tra le foglie e ho un’improvvisa voglia di spegnere il lettore. È davvero così? Abbiamo davvero bisogno di rumore per essere capaci di tacere? Poveri umani che siamo, dialogatori compulsivi con gli altri e con noi stessi… non saremmo mai riusciti a camminare per un’ora e un quarto senza parole, senza disturbarci, senza interrompere il silenzio. Ci serve la tecnologia di un lettore mp3 o di un cellulare per aiutarci a ritrovarci. Senza l’ausilio di questo supporto avremmo commentato, chiesto, apprezzato, esclamato. Chissà quante voci ci siamo persi al di là di queste cuffie, quanti animali ci stavano guardando, quante cose non ci hanno detto.

Eppure questa musica ci ha amplificati, ci ha aiutati. A rispettare l’assenza di parole, a cullare pensieri, a nutrire lo smarrimento, a badare al sudore e al caldo di una sera di primavera. A camminare soli e però vicini, ché anche ad andare soli ci si porta sempre qualcuno dentro. Ci ha aiutati a confondere colori e forme, a scoprirne di nuovi e a inventarne di vecchi, creature primordiali dei ricordi, creature intraviste di cui domani il sole avrà cancellato ogni traccia. La musica ci ha isolati mentre creava connessioni. A volte basta una passeggiata così per schiuderti orizzonti e indicarti un modo di stare al mondo con te stesso prima di tutto e, per caso o per scelta, vicino ad altri. Se puoi farlo nella natura, che ha questo potere inesplorato di guarire un mal di testa o una ferita, di saldare le crepe del cuore come quelle della terra, allora c’è una cosa che devi fare per renderle grazie. Ascoltarla. Ascoltarti. Respirare.

di Anna Molinari
(maggio 2018)