Della paura dell’orso
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di Rosario Fichera

 

Io ho paura dell’orso. È la stessa paura – che considero utile e positiva – che provo quando scalo da primo di cordata: quell’istinto di conservazione che mi spinge a verificare l’affidabilità di un appiglio, a cercare lungo la via, come ha insegnato il grande alpinista Bruno Detassis, il “facile nel difficile”. È la paura che mi porta a non superare la soglia del rischio incontrollato, permettendomi di vivere la mia avventura e di inseguire i miei sogni, per vedere cosa si nasconde oltre la cima.

Così quando cammino per i boschi, in montagna, con la speranza di vedere l’orso o un altro animale selvaggio, questo stesso stato d’animo mi fa stare sempre in allerta, aumentando, come una qualsiasi altra specie animale, le mie capacità sensoriali, facendomi ricordare che mi trovo in un ambiente che può presentare, soprattutto in certi periodi dell’anno, dei potenziali pericoli. Ma è proprio in quell’istante che si apre davanti a me una dimensione sorprendente: l’olfatto, l’udito, la vista, il tatto, amplificati, mi fanno percepire, vedere, sentire, suoni, odori, fiori, piante, animali che altrimenti sfuggirebbero alla mia attenzione ordinaria. E in quel momento mi sento parte della natura. E felice.

Anche l’orso ha paura dell’uomo, rimanendone, in alcuni casi, attratto. E sono convinto che anche lui viva, nei nostri confronti, quello stato di allerta che nell’evoluzione genetica lo ha portato a sviluppare un fiuto incredibile. Nei nostri boschi, a differenza di altri animali, non ha nemici naturali, non costituisce preda di altri grandi predatori (anche se non sono mancati casi di cuccioli ghermiti dall’aquila e dal lupo). Ma l’orso rifugge in modo istintivo l’uomo, come se il suo codice genetico contenesse l’informazione del pericolo potenziale che può rappresentare per lui.

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Sin dai tempi antichissimi l’orso è stato cacciato dall’uomo e ancora oggi, in alcuni paesi del mondo, questa pratica nei suoi confronti è consentita. Ma è questa “paura” che, in fondo, gli garantisce oggi la sua libertà. Una paura che non deve assolutamente perdere, perché se capisse che l’uomo non rappresenta più un pericolo, se aumentasse il grado di confidenza (e può capirlo, nell’evoluzione di pochi anni, essendo un animale molto intelligente) allora per lui inizierebbero i problemi. Perché la convivenza con l’essere umano, in un territorio fortemente antropizzato, diventerebbe davvero problematica, se non impossibile. Frequentando la montagna ho imparato ad amare l’orso, a conoscerlo, a intuirne la presenza, rimanendone attratto in modo irrefrenabile, ma avvertendo nei sui confronti quella giusta dose di timore che mi porta a rimanerne a debita distanza o a evitarlo se possibile. Come lui, del resto, fa normalmente con noi uomini. Perché entrambi apparteniamo al genere animale, con comportamenti analoghi superiori a quelli che immaginiamo. Un fattore, questo, che bisognerà considerare nella relazione uomo-orso.