Il gipeto, storia di un ritorno
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di Gilberto Volcan

Dopo più di settant’anni d’assenza il grande avvoltoio sta lentamente tornando sulle Alpi e sulle montagne trentine grazie a un complesso progetto di reintroduzione e al mutato atteggiamento culturale nei suoi confronti.

Vi sono animali che agli occhi dell’uomo assumono un significato particolare sia sul piano sociale sia su quello culturale. Tra gli uccelli un simile ruolo è rivestito indubbiamente dal gipeto: sterminato con ferocia sulle Alpi tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, successivamente protetto e infine reintrodotto con grandi sforzi sino a divenire un simbolo della tutela dell’ambiente alpino e della sua integrità. Nell’arco di questo tempo è avvenuto un deciso cambiamento culturale che ha modificato l’attitudine dell’uomo nei suoi confronti. Emblematica la differenza tra i due brevi racconti che seguono, rappresentativi delle due diverse fasi culturali.

“Quando finalmente il gipeto adulto, terminato di nutrire il nidiaceo, lasciò il nido, senza attendere un momento gli mandai un colpo, spiccò il volo e passandomi sopra la testa ad una decina di metri, si gettò a capofitto nella vallata, gli sparai un secondo colpo e continuò celere il volo – ma poi ergendosi, s’innalzò verticalmente per qualche metro sulle ali rigide, le allargò repentinamente, le richiuse. Le riallargò e cadde pesantemente sulla roccia… Lo trovammo morto, era una grossa femmina adulta. Avevo ucciso il più grande, il più raro, il più strano uccello delle montagne d’Europa e quella notte riposai soddisfatto!!!”

Francesco Framarin (ornitologo), Pirenei spagnoli, 1994
“Ero giunto con alcuni amici nel parco nazionale dei Pirenei Occidentali… nei nostri giri arrivammo una mattina su di un valico… oltre ad aquile e camosci noi cercavamo specialmente un’altra presenza. E in modo inaspettato questa si materializzò. Come un aliante il gipeto veleggiava in linea retta, immobile eccetto che per piccoli movimenti della testa… Si avvicinava a noi pur vedendoci bene, tanto che avvisai gli altri sottovoce… Lo straordinario occhio giallo cerchiato di rosso non ci rivolse uno sguardo, o così ci parve. Infine fu così vicino, che staccammo i binocoli e lo vedemmo scivolare a mezz’aria poco sotto di noi, col fruscio del vento: perfetta fusione di leggerezza, di potenza contenuta, di equilibrio; una manifestazione della vitalità e della bellezza della natura. Provammo una grandissima gioia, com’è scritto dei Magi quando rividero la stella”.

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Il gipeto  – Gypaetus barbatus barbatus (Linneo, 1758) – è un grande avvoltoio dalle forme agili e slanciate ben diverso da altri necrofagi come il grifone (Gyps fulvus) e l’avvoltoio monaco (Aegypius monachus), molto più pesanti, “squadrati” e massicci. Lo stesso nome scientifico è indicativo di questa peculiarità: il nome latino deriva infatti dall’unione dei termini greci gyps = avvoltoio ed aetos = aquila, ad indicare i caratteri intermedi tra le aquile e gli avvoltoi. Quando è posato risultano evidenti le forme leggere e molto allungate, con tarsi completamente piumati, mentre in volo ciò che spicca maggiormente sono la testa, piuttosto sporgente, le ali strette ed appuntite e la lunga coda cuneiforme che gli conferiscono più l’aspetto di un corvo imperiale o di un enorme falcone che quello di un avvoltoio. È attualmente il più grande uccello vivente sulle Alpi, le sue dimensioni sono infatti decisamente notevoli: la lunghezza totale supera il metro sino a raggiungere i 117 cm mentre l’apertura alare può raggiungere i 285 centimetri, quasi una volta e mezzo quella dell’aquila reale. Al contrario il peso – rispetto alle dimensioni – è molto contenuto: dai 5 ai 7 chili e in questa leggerezza va letta la grande agilità nel volo.

Come negli altri avvoltoi i sessi sono simili e sebbene la femmina sia lievemente più grande del maschio questo risulta difficilmente apprezzabile sul campo. La colorazione del piumaggio degli adulti è fortemente contrastata con parti inferiori chiare – da bianche a rossastre – e parti superiori scure – grigio-ardesia – finemente punteggiate e striate di bianco. Le ali e la coda sono grigio-scuro. La testa ha un aspetto molto particolare per la presenza di lunghe appendici setolose nere e rigide – una sorta di “baffi” – che scendono ai lati del becco e la cui funzione è a tutt’oggi sconosciuta. A queste è dovuto il termine inglese “bearded vulture” cioè avvoltoio barbuto con cui il gipeto è altresì noto nel mondo. L’occhio – in passato definito da alcuni “demoniaco” – ha una colorazione molto particolare: mentre l’iride è giallo chiaro, l’anello perioculare che la circonda è rosso acceso. Un aspetto particolare della colorazione del piumaggio del gipeto – ad oggi ancora inspiegato – è la scoperta che la colorazione rossastra delle parti inferiori del corpo –  tipica degli esemplari europei – non è innata ma viene acquisita con appositi bagni in fanghi ricchi di elementi ferrosi.

I giovani hanno un aspetto completamente diverso con una colorazione omogenea grigio-scura su cui spicca la testa nerastra. Soprattutto in volo evidenziano forme meno slanciate rispetto agli adulti, dovute alla maggior lunghezza delle remiganti secondarie e ad una maggior ampiezza della coda; questo consente loro di avere un minor carico alare e quindi di volare con maggior sicurezza: più lentamente e con maggiori possibilità di manovra. Il piumaggio adulto viene acquisito molto lentamente – nell’arco di 6-7 anni – passando attraverso tutta una serie di livree intermedie.

Un avvoltoio “di montagna”

Il gipeto è un rapace longevo e territoriale che vive in coppie, fedeli per la vita, in ampie aree montuose. È infatti strettamente legato agli ambienti rupestri, agli altipiani ed ai grandi complessi montuosi mentre evita le pianure e le foreste. Nella propria area vitale ogni coppia dispone di zone idonee alla riproduzione, al riposo diurno e notturno e di ampi territori di “caccia”, rappresentati soprattutto da aree aperte o moderatamente ricoperte da vegetazione arborea od arbustiva – quali pascoli, praterie e macereti – che perlustra sistematicamente alla ricerca di carcasse. La grande leggerezza e il basso carico alare gli consentono di sfruttare al meglio le brezze e le correnti ascensionali che si formano regolarmente in montagna e di volare per gran parte della giornata, percorrendo grandi distanze apparentemente senza fatica alcuna.

In passato la specie era presente su tutti i massicci montuosi che circondano il Mediterraneo, mentre risulta ancor oggi ben diffusa nei grandi complessi montuosi del Vecchio Mondo posti al di sotto dei 50° di latitudine, dalla Turchia alla Cina. Una popolazione disgiunta – riferibile alla sottospecie meridionalis – vive sulle catene montuose del Lesotho e dei Drakensberg in Sudafrica.

L’avvoltoio spaccaossa

Il gipeto – al pari degli altri avvoltoi – è un necrofago, si alimenta cioè di animali morti, delle loro carcasse. I suoi artigli poco sviluppati ed il becco piuttosto esile non gli consentono di cacciare attivamente. Solo eccezionalmente riesce quindi a catturare piccoli mammiferi ed uccelli. Le carcasse vengono rinvenute grazie alla vista acutissima e – forse – anche grazie all’olfatto. Il gipeto tuttavia presenta una peculiarità esclusiva: si ciba infatti soprattutto di ossa, quanto rimane delle carcasse spolpate da altri; una specializzazione che gli è valsa il nome spagnolo di quebrantahuesos cioè “spaccaossa”. Anche se difficilmente immaginabile, il tessuto osseo è in realtà molto ricco sia di proteine che di grassi – quasi come la carne fresca – ma risulta immangiabile per gli altri avvoltoi. Questo necrofago ha quindi occupato una nicchia esclusiva, non sfruttabile da altri. Di contro le ossa costituiscono una risorsa fortemente dispersa sul territorio e non costantemente disponibile e questo determina le densità molto basse, tipiche della specie. Particolari adattamenti a questa dieta ossivora sono costituiti dalla grande apertura della bocca, dalla lingua a sgorbia, dall’esofago indurito e privo di gozzo e dallo stomaco – dotato di succhi gastrici particolarmente acidi – in grado di “sciogliere” totalmente il tessuto osseo. Le ossa di piccole dimensioni vengono ingerite direttamente mentre quelle troppo lunghe vengono prima spezzate facendole cadere dall’alto sulle rocce.

La riproduzione

Il gipeto è un rapace monogamo che vive in coppie tendenzialmente stabili; non di rado tuttavia si formano dei “trii” – costituiti invariabilmente da due maschi ed una femmina – in cui due maschi cooperano attivamente nella riproduzione. Il significato funzionale di questi raggruppamenti – del tutto infrequenti tra gli uccelli – è a tutt’oggi poco noto anche se sono state proposte diverse ipotesi in merito; la più accreditata presuppone un legame genetico tra i due maschi.

Ogni coppia vive in ampie aree – dell’ordine di alcune centinaia di chilometri quadrati – al cui interno si trova il territorio vero e proprio, attivamente difeso dai conspecifici e da altri grandi rapaci. Al suo interno si trovano i nidi – da 2 a 5 – utilizzati a rotazione. Con poche eccezioni questi sono sempre collocati su pareti rocciose in nicchie o cenge protette e raggiungono nel corso degli anni dimensioni ragguardevoli. Molto spesso si tratta di vecchi nidi d’aquila reale “usurpati” dal gipeto. Come in tutti gli avvoltoi il ciclo riproduttivo è particolarmente lungo: inizia con le parate nuziali nel tardo autunno per concludersi con l’involo del giovane e la sua successiva emancipazione nella tarda estate dell’anno successivo. La produttività delle coppie è normalmente molto bassa e questo è dovuto al fatto che queste non si riproducono tutti gli anni e che viene sempre involato un solo giovane. Questi abbandonano presto il territorio natio iniziando una lunga e pericolosa fase di dispersione in cui si allontaneranno anche di centinaia di chilometri dall’area in cui sono nati, alla ricerca di un territorio libero e di un partner. In tale periodo la mortalità è molto elevata, superando anche il 50% degli effettivi.

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La scomparsa

In passato il gipeto era diffuso su tutta la Catena alpina; successivamente – tra la fine dell’Ottocento ed i primi del Novecento – scomparve piuttosto repentinamente. L’ultimo abbattimento ufficiale di cui si ha notizia risale al 1913 in Val d’Aosta allorché alcuni cacciatori uccisero un maschio adulto che da anni frequentava la valle. In realtà qualche esemplare, forse proveniente dalla Corsica, dai Pirenei o dalla Grecia, continuò ad essere presente sulle Alpi senza però riprodursi. A causarne la scomparsa fu soprattutto la persecuzione umana diretta, finalizzata allo sterminio di un presunto nocivo. Il gipeto, in virtù delle sue grandi dimensioni e del fatto di vederlo talvolta sorvolare le greggi e gli abitati, era ritenuto un animale pericoloso, in grado di predare agnelli, pecore e addirittura bambini e ragazzini. Per tale motivo venne perseguitato con ogni mezzo ed in ogni modo giungendo anche all’istituzione di specifiche taglie per la sua uccisione. Oltre alla persecuzione anche il collezionismo svolse un ruolo importante. In passato infatti erano molto diffuse le collezioni pubbliche e private di esemplari tassidermizzati e di uova e la richiesta di uccelli da imbalsamare era molto elevata, parallela alla rarità – via via crescente – della specie. Concause riconosciute furono altresì la diminuzione della disponibilità di cibo per la riduzione della fauna selvatica e della pastorizia e le trasformazioni ambientali.

Nel 1939 con l’entrata in vigore del Testo Unico sulla Caccia il gipeto – caso unico tra i rapaci – venne protetto integralmente, ma era ormai tardi, la scomparsa già avvenuta.

Il ritorno

Successivamente alla scomparsa iniziò una lunga fase di tentativi e discussioni tesi a riportare il gipeto sulle Alpi. Il tutto si concretizzò nel 1978 con  l’avvio dell’attuale progetto di reintroduzione, tutt’ora in corso. Un progetto estremamente complesso ed articolato realizzato grazie al sostegno finanziario del WWF internazionale, della IUCN, della Società zoologica di Francoforte e successivamente gestito dalla Fondazione per la Conservazione del Gipeto (FCBV) ora confluita nella Fondazione per la Conservazione degli Avvoltoi (VCF). Non potendo far riferimento a soggetti selvatici, venne deciso di utilizzare come riproduttori gli esemplari presenti in cattività nei vari Zoo europei, liberando poi in natura i giovani nati. La tecnica  utilizzata per le liberazioni fu quella dell’”hacking”, che prevede la liberazione dei giovani prossimi all’involo in falsi nidi ed un loro breve sostentamento sino ai primi voli ed all’emancipazione.

La prima liberazione ebbe luogo in Austria, nella valle di Rauris – Parco nazionale degli Alti Tauri – il 25 maggio 1986, una data particolarmente significativa per il gipeto. Negli anni successivi vennero attivati altri tre siti di liberazione: nel 1987 in Francia, Alta Savoia; nel 1991 in Svizzera, Engadina – Parco Nazionale Svizzero ed infine nel 1993 venne attivato il sito italo-francese Mercantour – Alpi Marittime, costituito dal Parco Nazionale del Mercantour e dal Parco Regionale delle Alpi Marittime, che prevede la liberazione ad anni alterni nei due siti.

Da allora molte cose sono cambiate, al 31 dicembre 2010 sono ben 168 gli esemplari rilasciati in 25 anni, 150 i soggetti in vita sulle Alpi, 19 le coppie riproduttive ormai formatesi in vari settori alpini e 69 i giovani involatisi in natura. Un quadro decisamente confortante ma ancora non del tutto rassicurante; siamo ancora lontani dal raggiungimento di una popolazione alpina stabile e ben distribuita sulle Alpi, in grado di automantenersi.

Il gipeto in Trentino

Attualmente il gipeto è presente in Trentino in modo del tutto saltuario ed irregolare con singoli esemplari che attraversano il territorio provinciale e raramente vi sostano per più giorni. Dal 2002 al 2010 il numero medio di osservazioni per anno è pari a 16 con un massimo di 26 ed un minimo di 8. Gli avvistamenti presentano un marcata stagionalità con valori massimi in primavera e in autunno e riguardano perlopiù esemplari giovani o immaturi. La maggior parte delle osservazioni interessa il settore nord-occidentale della provincia ed in particolare le valli di Peio e Rabbi, nel settore trentino del Parco Nazionale dello Stelvio, ed in minor misura il Parco Naturale Adamello Brenta, con particolare riferimento al settore meridionale delle Dolomiti di Brenta ed all’alta val Rendena. Nel restante territorio provinciale la presenza del gipeto è del tutto saltuaria ed occasionale. Questa particolare distribuzione è da relazionare con la presenza di ben 4 coppie nidificanti nel vicino settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio.

Le prospettive per il futuro appaiono comunque positive: nel 2010 si è assistito all’insediamento di almeno una coppia nel vicino Alto Adige e la naturale crescita della popolazione alpina potrebbe portare in un futuro non lontano all’affermazione della specie anche nella nostra provincia.


Gilberto Volcan (Ufficio faunistico del Parco Naturale Adamello Brenta)

Foto di Filippo Zibordi