Il ritorno dello stambecco nelle Alpi

di Maria Cavedon

Nelle montagne d’alta quota, in ambienti rocciosi, aspri e difficili vive lo stambecco, uno scalatore dall’abilità senza eguali. 

 

Lo stambecco (Capra ibex) è un ungulato appartenente alla famiglia dei bovidi. La specie è caratterizzata da un’elevata differenza tra maschio e femmina, che si manifesta sia nelle dimensioni del corpo (i maschi adulti pesano circa il doppio delle femmine) sia nelle dimensioni delle corna (le corna maschili possono raggiungere una lunghezza di circa 100 cm mentre quelle femminili raramente raggiungono i 25 cm).
Vive in ambienti montani tra i 1600 e i 3200 m selezionando preferenzialmente praterie d’alta quota e zone rupestri. In primavera vive a quote più basse rispetto alle altre stagioni ricercando i pascoli che prima si liberano dalla neve e alzandosi poi progressivamente seguendo l’inizio vegetativo. Le massime quote vengono raggiunte in estate in quanto, mancando di ghiandole sudoripare, ricerca luoghi dove può ripararsi dal calore estivo. In inverno, invece, maggiormente importante rispetto alla scelta di uno specifico orizzonte altimetrico è la selezione di versanti, di norma esposti a sud, particolarmente pendenti e rocciosi, dove minore è la permanenza del manto nevoso e quindi è più facile la presenza di siti di alimentazione. In tutte le stagioni è essenziale la presenza di anfratti, speroni rocciosi e canaloni, visti come potenziali aree di rifugio in caso di pericolo.

Il notevole dimorfismo sessuale determina una segregazione sociale tra i sessi. Generalmente infatti i maschi vivono in gruppi separati dalle femmine.  Le femmine si trovano assieme ai piccoli, ai giovani di un anno e molto spesso a quelli di due. I maschi di 3-4 anni di solito vivono in gruppi diversi da quelli di età superiore. Gli individui anziani (sopra i 12 anni di età) in genere trascorrono una vita solitaria. Oltre a vivere in gruppi separati, maschi e femmine si trovano anche in ambienti diversi. I maschi sembrano prediligere le praterie d’alta quota, mentre le femmine ricercano maggiormente aree rocciose. Una spiegazione plausibile è che le femmine, più esili, preferiscano luoghi più sicuri e al riparo da possibili predatori e ciò è tanto più vero nella stagione dei parti in cui rimangono per parecchi giorni su pendii particolarmente accidentati e ripidi. La segregazione sessuale viene meno durante la stagione degli amori che va da dicembre a metà gennaio, periodo in cui individui di entrambi i sessi occupano gli stessi ambienti. In questa fase, i maschi spesso sono impegnati in complessi corteggiamenti amorosi che possono prevedere combattimenti violenti a colpi di corna per stabilire una priorità negli accoppiamenti. In realtà la gerarchia tra di loro comincia a stabilirsi  già a partire dall’estate, attraverso scontri sempre più cruenti con l’avvicinarsi della stagione riproduttiva. Solamente alcuni fra i maschi adulti riescono però a riprodursi e, generalmente, si tratta di individui tra gli 8 e gli 11 anni di età. Le femmine invece normalmente si riproducono già all’età di 3 anni (età in cui diventano adulte) partorendo in media due capretti ogni tre anni anche se in popolazioni in forte espansione possono diventare frequenti i parti gemellari.
Il dimorfismo sessuale ha come conseguenza anche una dieta parzialmente diversa tra i sessi. Lo stambecco viene classificato come un pascolatore selettivo, cioè pur essendo specializzato in alimenti concentrati è in grado di nutrirsi di foraggi grezzi con elevato contenuto di cellulosa. I maschi, però, avendo il rumine più grande delle femmine tendono a nutrirsi maggiormente di alimenti grezzi, mentre queste ultime  ricercano in misura maggiore risorse più nutritive, come gli apici dei fiori e i getti delle dicotiledoni. Scarsamente appetite per entrambi i sessi sono invece le specie legnose e semilegnose anche se il loro consumo può aumentare in caso di carenza alimentare nelle stagioni avverse.

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Stambecco (foto Michele Zeni, archivio Parco Naturale Adamello Brenta)

Status, distribuzione e conservazione dello stambecco in Italia

Lo stambecco alpino  in passato è stata un specie particolarmente minacciata dall’uomo tanto che tra il XVIII e il XIX secolo era praticamente estinto in gran parte dell’Arco Alpino. Oggi la maggior parte delle popolazioni esistenti deriva da interventi di reintroduzione di individui provenienti dal Parco Nazionale del Gran Paradiso, l’unico luogo in cui, grazie alla creazione della Riserva Reale di Caccia nel 1821, il nucleo di stambecco presente si era mantenuto numeroso. Proprio a seguito del pericolo di estinzione, la specie è stata dichiarata protetta con la legge 27 dicembre 1977 n. 968  ed è rimasta tale in base alla legge 11 febbraio 1992 n.157. Inoltre, il bovide figura nell’allegato III della convenzione internazionale di Berna che l’Italia ha ratificato nell’agosto del 1981, nell’allegato V della Direttiva 92/43/CEE (“Habitat”) e nell’allegato E del D.P.R. 8 settembre 1997, n. 357 “Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE”.

Oggi, sull’Arco Alpino italiano, sono presenti pressappoco 15.000 stambecchi in circa 53 colonie distribuite dal tarvisiano fino alle Alpi Marittime. La consistenza di questo ungulato è in crescita con un tasso di incremento annuo pari al 3% e i maggiori incrementi si hanno nelle colonie delle Alpi Orientali, nonostante le gravi perdite subite a causa di un epidemia di rogna sarcoptica diffusasi a partire dal 2001.

I nuclei più numerosi si trovano nelle Alpi Occidentali, dove si registra l’85% della consistenza totale di cui il 60% solo nelle province di Torino e Aosta (6.000 capi censiti nel 2009 in quest’ultima zona, sede della colonia più numerosa).

In Trentino, tre sono le colonie presenti: quella dei Monzoni-Marmolada con 193 capi censiti nel 2009, quella delle Pale di S. Martino e del Gruppo del Sella con 10-15 capi ciascuna censiti nel 2009 e quella dell’ Adamello con più di 110 capi.
Considerando i valori di consistenza raggiunti in tutto l’Arco Alpino, lo stambecco può quindi considerarsi al riparo dal pericolo di estinzione. Permangono, tuttavia, numerosi problemi per la sua conservazione. La distribuzione attuale della specie, infatti, risulta fortemente ridotta rispetto a quella potenziale (solo il 14%). Ciò è dovuto al fatto che  questo ungulato occupa lentamente nuove aree, preferendo utilizzare gli stessi habitat e quartieri di svernamento e spostandosi raramente fuori dal suo areale. Le conseguenze di questo comportamento sono che le popolazioni di stambecco molto spesso rimangono isolate e quindi la variabilità genetica tra gli individui risulta ridotta. Lo scarso flusso genetico determina inoltre una riduzione della fitness degli animali, cioè una riduzione del successo riproduttivo e della capacità di sopravvivenza.

Oltre a questi problemi, legati alla storia recente della specie, stanno sorgendo nuove minacce. Indagini hanno messo in luce come i cambiamenti climatici dovuti al riscaldamento globale potrebbero portare ad una modifica nell’uso dello spazio dello stambecco, ad esempio per una variazione della composizione floristica delle praterie in cui di solito si alimenta o per l’innalzamento del limite della vegetazione arborea. Le specie vegetali potrebbero, in altre parole, iniziare il loro ciclo vitale in periodi diversi rispetto al passato, influenzando negativamente la  conservazione del bovide. A conferma di ciò, nella colonia di stambecco del Parco Nazionale del Gran Paradiso è stato evidenziato come, in primavera, il ritardo dello sviluppo della vegetazione influenzi negativamente il successo riproduttivo. Nel periodo dei parti, infatti, le femmine necessitano di specie vegetali ad alto livello nutritivo e il fatto che la vegetazione ritardi il suo sviluppo implica che si trovino sprovviste di un valore energetico sufficiente per allevare i piccoli.

A fronte di queste problematiche, risulta evidente l’importanza di continuare a monitorare e studiare le popolazioni di stambecco. In questo contesto, un ruolo fondamentale è assunto dalle aree protette, che rappresentano uno strumento di conservazione della specie molto efficiente: non è certo un caso se il 37% degli stambecchi italiani siano ospitati entro i confini di 3 parchi (Parco Nazionale del Gran Paradiso, Parco Naturale delle Alpi Marittime e Parco Nazionale dello Stelvio). Ma le aree protette non bastano: è infatti essenziale conoscere le popolazioni presenti anche nel resto del territorio e favorire l’incremento nelle consistenze, l’ampliamento dell’areale occupato e un flusso genetico adeguato a garantire un futuro alla specie.