La gente di Pejo nelle immagini di Claudia Marini

di Luca Chistè

 

La rassegna titolata “Ritratto di mio padre”, realizzata dalla fotografa Claudia Marini è un lavoro intenso e pregevole le cui radici sono da ricercarsi nella volontà dell’autrice di cercare, attraverso i volti ritratti della gente di Pejo, un legame con il proprio padre, la cui morte è avvenuta prematuramente.

Diciamo subito che si tratta di una fotografia ricca di rimandi e suggestioni simboliche, condotta con grande tenacia sotto il profilo tecnico e metodologico. Le immagini, infatti, sono state tutte riprese con il banco ottico (una fotocamera a pellicola che consente di ottenere negativi del formato di 4×5 – 10×12 cm circa) ed interpretate, con un grandissimo lavoro di camera oscura, personalmente dall’autrice.

Oltre all’impiego dei materiali e alle scelte operate per la restituzione delle stampe, giova ricordare che le immagini di Claudia Marini sfruttano appieno le potenzialità espressive offerte da questa particolare tipologia di apparati fotografici, consentendo attraverso i “movimenti” (i decentramenti e i basculaggi) di cui sono dotate le piastre porta-ottiche ed il dorso porta-pellicole, di ottenere interessanti ed originali fotografie con nitidezze del fuoco selettivo.

Il lavoro, muovendo da un intimo e avvertito bisogno individuale, in realtà, è finito per diventare luogo della memoria e, ancor più, prospettiva di ricerca antropologica sullo specifico contesto dell’originario paese del padre di Claudia: Pejo. Si tratta di una prospettiva che dilata, con ragioni di fortissimo interesse socio-culturale, il primitivo ambito di intenzionalità dal quale ha mosso, affettivamente e soggettivamente, il lavoro di Claudia Marini. La lettura sincronica dei ritratti, fotografati slots online con l’impiego del medesimo sfondo e condizione di luce, fa emergere, dall’emulsione sensibile della carta, una profonda identità socio-antropologica con il luogo da cui questi personaggi provengono.

Claudia Marini
Claudia Marini

Volti di persone anziane si rincorrono, in un contrappunto formale di notevole eleganza e preciso rigore tecnico e compositivo, con quelli dei meno giovani; donne e uomini, accomunati da un’unica e moderna regia creativa.

Sguardi intensi, figli di una fierezza e di una partecipazione emotiva al setting, sono resi ancora più evidenti, e nitidissimi, grazie alle citate tecniche di defocusing e dell’elevata qualità di stampa ottenuta dalla carta argentica impiegata.

L’orizzonte creativo di Claudia Marini, inoltre, ha sempre avuto particolare attenzione anche sulla relazione che le immagini esposte devono intrattenere con il contesto. Così è stato per la bella performance espositiva di Olympiacompiuta presso lo spazio Pretto di Trento; così è anche per questa rassegna: tutte le immagini esposte si “staccavano” su un gigantesco sfondo a colori, rappresentante un indicativo e avvolgente abbraccio alla sala: “(…) Una veduta (ripresa) da Vallenaia, al quale nel mio immaginario, queste persone appartengono (…)” [Claudia Marini].

La serie di volti, nei molti istanti in cui ho avuto modo di osservarli, mi ha riportato alla mente l’intensità ritrattistica di Julia Margaret Cameron, diventata celebre per i suoi “portraits” ai famosi personaggi della sua epoca. Questa forma (non saprei dire quanto inconsapevole) di catalogazione, suggerisce richiami anche ai lavori, benché più marcatamente di stampo neorealistico, di Paul Strand, noto per aver ripreso moltissime figure con il suo approccio definito “straight photography” (fotografia diretta). Scene composte in prevalenza con soggetti in posa che, guardando “dritto” in camera, sembrano attratti dalla magia dello scatto e dal desiderio di intrattenere con il fotografo una qualche relazione empatica ed emotiva.

La prospettiva di ripresa di Claudia Marini, “scava”, pare con positiva “ossessività”, dentro gli sguardi degli abitanti di Pejo per cercare di mutuare “risposte” che giungono dalle domande del profondo e dagli spazi più reconditi della sua esperienza biografica.

® Claudia Marini - Ritratto di mio padre

Claudia, tuttavia, con queste immagini va oltre l’evidenza fattuale.

Gli occhi, le posture, i tagli assunti da alcuni soggetti, sono “baratri”, veri e propri viatici, che conducono lo spettatore verso la scoperta di nuovi “mondi”, dentro i quali, il “fil rouge” connettivo è rappresentato, nemmeno troppo impalpabilmente, dall’identità sociognomica che ciascun attore, in maniera inconsapevole e spontanea, vi trasferisce al momento dello scatto. Esperienza apparentemente epifanica per l’istante (e l’istantanea) della “posa”, diviene operazione capace di trascendere l’ambito dello scopo per diventare una fortissima ed indelebile traccia di identità culturale.

Il Comune di Pejo, nel sostenere con entusiasmo il progetto di Claudia Marini, ha finito con l’acquisire, in un momento storico nel quale le trasformazioni sociali sono una vera e propria emergenza per il modo con cui modificano gli orizzonti delle singole identità culturali locali, uno straordinario patrimonio iconografico di pregevole fattura.

La cosa entusiasmante, e meno che mai scontata, è che questo evento, quasi fosse una sorta di miracolo, è occorso grazie alla fotografia.

Ripercorrendo ancora una volta i tanti sguardi della rassegna, non possiamo fare a meno di citare le belle parole che Claudia Marini ha scritto a presentazione del suo lavoro per i visitatori della rassegna:

“Ho cominciato questo progetto quattro anni fa quando ho sentito la necessità di ricercare il volto di mio padre morto prematuramente. Inaspettatamente ho sentito di poterlo ritrovare nei volti della gente di Pejo, il suo paese d’origine. D’improvviso quei visi mi restituivano il disegno emotivo di lui che era celato in me. Attraverso la memoria di questo territorio scolpito nei loro volti ho ritrovato la memoria di mio padre ed un sentimento di appartenenza che mi è misterioso e caro.

La mostra è composta di 73 ritratti in b/n di abitanti di Pejo, tra i quali ho inserito anche il mio ritratto. Ho scattato, sviluppato e stampato personalmente tutti i ritratti, trascorrendo i miei ultimi 4 mesi di vita al buio della mia camera oscura. Sullo sfondo, impera un grande paesaggio montano, una veduta da Vallenaia, al quale nel mio immaginario, queste persone appartengono.”

Grazie Claudia, per questo lavoro che (ri)assegna alla fotografia una piena e compiuta prerogativa culturale e linguistica.