Stambecco 2020: un grande obiettivo per un “grande” animale
lotta stambecchi trentino

di Filippo Zibordi

Regale, imponente, simbolico, alpino. Sono gli aggettivi – l’emozione! – che mi tornano alla mente se penso al mio primo incontro, in Val Genova, con lo stambecco.

Alpine ibex – il suo nome inglese, rende meglio l’idea di Capra ibex – il suo nome scientifico: si tratta di un animale alpino, anzi “alto alpino”. Re delle alte quote, vive sopra il limite degli alberi, anche in Trentino, dove varca senza paura la soglia dei 3.000 m di quota. Non scende a valle nemmeno in inverno: è in grado di scalare – nel vero senso, alpinistico, del termine – pareti rocciose grazie all’incredibile aderenza dei suoi zoccoli, che qualcuno paragona a scarpette da arrampicata. E quando la neve aumenta, sceglie i più ripidi canaloni a sud, dove il sole scopre in fretta radici e licheni superstiti, di cui va ghiotto in inverno.

Lo stambecco è uno degli animali simbolo della nostra catena montuosa. I suoi resti sono stati trovati nella bisaccia del più famoso cacciatore della storia: Otzi, l’uomo del Similaun. E proprio la caccia ne aveva decretato, cento anni fa, l’estinzione quasi totale dall’Arco Alpino: abituato a sottrarsi ai pericoli scappando in verticale – sulle cenge – più che in orizzontale, ivi trovò la sua fine, all’avvento delle armi da fuoco.

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Salvatosi grazie ai Savoia, e alla voglia del Re di garantirsi una caccia esclusiva, a partire dagli anni ’70 è tornato anche sulle Alpi Centrali: proprio quest’anno si celebra il ventennale dei primi rilasci in Adamello, dove la specie è presente sia sul versante trentino (Parco Adamello Brenta), sia su quello lombardo (Parco lombardo dell’Adamello). Sono proprio adamellini, i primi stambecchi che ebbi la fortuna di dover cercare – e osservare, davvero da vicino! – quando all’inizio degli anni 2000 iniziai il mio percorso di zoologo.

Si apre in questi mesi anche un ambizioso progetto per la tutela della specie: il progetto “Stambecco 2020”. Un grande obiettivo: proteggere uno dei mammiferi più importanti delle Alpi, riportandolo entro il prossimo decennio nelle aree di antica distribuzione, grazie ad approfonditi monitoraggi a vista, censimenti genetici e conseguenti traslocazioni di esemplari dalle zone di maggiore presenza a quelle in cui lo stambecco è assente o in crisi. Già, perché la specie, oltre ad essere decisamente poco in grado di spostarsi lungo i fondovalle per riconquistare i territori di originaria distribuzione, è in regresso numerico anche a causa dei cambiamenti climatici nelle aree di presenza storica, come il Parco Nazionale del Gran Paradiso. Scarsa variabilità genetica e conseguente ridotta capacità di adattamento lo rendono infatti un animale vulnerabile, che non a caso è tra i più protetti a livello italiano (la legge oggi punisce con l’arresto il suo prelievo illegale in natura).

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Un team di esperti (Istituto Oikos, Parco Naturale Adamello Brenta, Parco Nazionale dello Stelvio, Università di Sassari), da decenni impegnati per la sua salvaguardia, ha deciso di unire le forze per garantire allo stambecco un futuro migliore sulle Alpi: un progetto in 5 step che parte da un approfondimento delle conoscenze in merito allo status delle 24 colonie presenti sulle Alpi Centrali per arrivare a realizzare interventi che creino nuovi nuclei o rafforzino quelli in crisi.


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foto: Marco Milani e Filippo Zibordi